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La Germania e il popolo tedesco eterni obiettivi dei nemici dell' Europa
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Artamano
2010-08-13 20:50:59 UTC
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La Germania e il popolo tedesco eterni obiettivi dei nemici dell'Europa

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Grazie alla nostra affezionata lettrice - e sostenitrice - Cinzia Minucci
abbiamo ricevuto quest'articolo tratto da L'Uomo libero a firma di Sergio
Gozzoli che proponiamo per intero.

Buona lettura.

La Germania e il popolo tedesco eterni obiettivi dei nemici dell'Europa.

Un testo rivelatore: GERMANY MUST PERISH! di Theodore Kaufman - Alle radici
storiche della menzogna - La dannazione per l'Olocausto come vantaggioso
surrogato della castrazione.


Chi abbia vissuto in età consapevole la Seconda Guerra Mondiale, e ne abbia
poi seguito con un minimo di interesse le polemiche interpretative, sa che
l'opinione
ufficiale dei vincitori - e quindi dell'odierna cultura politically
correct - è quella che il conflitto sia stato reso necessario dalla follia
irrazionale di Hitler e del Partito nazionalsocialista che lo sostenne in
Germania, insieme a tutti i movimenti fascisti o parafascistì del mondo che
si erano schierati con loro.

A somma riprova di questa follia sta la perfidia dell'antisemitismo,
concentrata nell'irrevocabile ed eterna accusa dell'Olocausto: sei milioni
di ebrei freddamente massacrati in una crudele e pianificata volontà di
genocidio.

Le conclusioni sull'Olocausto sono ormai considerate irreversibili: tutto,
nella storia, può essere rivisitato e discusso, eccetto questa assiomatica
verità. L'informazione ne riparla, in un clima di celebrazione, quasi ogni
giorno. E in molti Paesi del mondo anche un minimo tentativo di
riconsiderare le cifre, le condizioni e la tecnica del presunto smisurato
eccidio viene punito come un gravissimo reato penale.

Alcune settimane fa, durante uno dei grandi dibattiti televisivi sul recente
conflitto fra NATO e Serbia, una giovane signora - non smentita e non
contestata da nessuno - affermò che la Seconda Guerra Mondiale era stato uno
scontro fra Germania ed Ebrei.

E questa oggi, in buona fede, la convinzione di una gran parte del pubblico
mondiale.

Ma nel 1941, a guerra ormai avanzata, e con gli USA ancora neutrali, negli
Stati Uniti d'America venne edito un libro. Il suo titolo è GERMANY MUST
PERISH!, LA GERMANIA DEVE MORIRE! - o perire, o andare in rovina, o essere
distrutta: il verbo to perish ha in inglese una somma di significati
analoghi a quelli dell'italiano perire, ma più penetranti.

[ i giornali americani presentarono il libro di Kaufman con risalto ed
entusiasmo]
Questa è, letteralmente tradotta, la nota introduttiva al volume: «Delle
migliaia di libri antinazisti pubblicati negli ultimi pochi anni, LA
GERMANIA DEVE MORIRE! di Theodore N. Kaufman è l'unico volume che abbia
sparso paura e terrore nel cuore e nell'animo dei Nazi. Questo libro irritò
tanto il Dr. Goebbels che egli lo denunciò sulla prima pagina di ogni
giornale in Germania e sull'intera rete-radio tedesca! E il giornale
personale di Adolf Hitler, in un frenetico e pazzesco commento sul libro,
dichiarò che non Kaufman, ma il Presidente Roosevelt era colui che aveva
realmente scritto LA GERMANIA DEVE MORIRE!».

A parte però questa prima nota, ve n'è una seconda indirizzata al lettore:
«GERMANY MUST PERISH! presenta un piano per la struttura di una pace
permanente e durevole fra nazioni civili. Esso basa la sua tesi sulla
definitiva sconfitta della Germania da parte dell'Impero Britannico e dei
suoi Alleati, senza l'aiuto degli Stati Uniti.

Dovessero comunque le circostanze orientare il pubblico americano a
rovesciare il suo voto a favore della guerra come misura di autodifesa (e la
fervente preghiera dell'Autore è che ciò non debba mai accadere) bisogna che
allora diventi fondamentale che le vite dei nostri concittadini non siano
sacrificate invano come quelle dei loro padri una generazione fa.

Se i nostri soldati dovranno procedere per uccidere o morire in battaglia,
che almeno essi ricevano non uno Slogan, ma una Solenne Proposta ed una
Sacra Promessa.

Che questa proposta sia una Durevole Pace. (1)

E, questa volta, quella promessa va mantenuta!»

Il titolo del primo capitolo e «About This Book» - Su questo libro. I suoi
argomenti - sia esso stato scritto da Kaufman col patrocinio di Roosevelt, o
dallo stesso Roosevelt sotto pseudonimo - sono stupefacenti: «La guerra
odierna non è una guerra contro Adolf Hitler. Né è una guerra contro i Nazi
(Today's war is not a war against Adolf Hitler. Nor is il a war against the
Nazis.) E' una guerra di popoli contro popoli, di popoli civili, ispirati
dalla Luce, contro barbari incivili che hanno a cuore l'Oscurità. .E una
battaglia fra la nazione tedesca e l'umanità.

Hitler non è da accusare per questa guerra tedesca più dì quanto lo fosse il
Kaiser per la precedente. Né Bismarck prima del Kaiser.

Questi uomini non originarono né intrapresero queste guerre della Germania
verso il mondo. Essi erano semplicemente degli specchi che riflettevano la
secolare bramosia della nazione tedesca per la conquista e il massacro di
massa (far conquest and mass murder).

Questa guerra è stata intrapresa dal popolo tedesco. È lui il responsabile.
Ed è lui che deve pagare per la guerra! Del resto, vi sarà sempre una guerra
tedesca contro il mondo. E con questa specie di spada sospesa sul capo delle
nazioni civili del mondo, qualunque sia la vastità delle loro speranze e la
combattività dei loro sforzi, essi non avranno mai successo nel trovare
quella determinante e solida fondazione di pace permanente che essi dovranno
stabilire se vorranno mai pensare di iniziare a costruire un mondo migliore.

Giacché non basterà che non vi siano in atto guerre «tedesche»: non deve
rimanere neppure la più pallida possibilità che una di esse possa ripetersi.
Un alt definitivo all'aggressione tedesca - non una occasionale cessazione -
deve essere l'obbiettivo dell'attuale battaglia. Questo non significa un
dominio armato sulla Germania, né una pace fondata su aggiustamenti politici
e territoriali, e neppure una speranza basata su di una nazione sconfitta e
pentita. Tali accorgimenti non sono garanzie del tutto conclusive per
l'abbandono
di ulteriori aggressioni tedesche.

Questa volta la Germania ha portato una guerra totale (2) contro il mondo.
Di conseguenza, essa deve essere pronta a pagare una PENA TOTALE.

E v'è una, e una sola, di queste Penalità Totali.

La Germania deve morire per sempre.

Ma in assoluta realtà di fatto - non per fantasia.»

A questo punto il testo passa a considerazioni di ordine storico che, quanto
meno nelle pretese dell'Autore, dovrebbero rappresentare una documentazione
indiscutibile della eterna, indominabile, naturale vocazione tedesca al
dominio del mondo. Dopo una premessa che asserisce la totale coincidenza in
Germania della bramosia di dominio mondiale fra capi di vertice e
passionalità popolare, coincidenza senza la quale i capi non sarebbero
espressione intera e globale del proprio popolo, il libro comincia ad
esaminare la storia del Germanesimo e del Pangermanesimo.

Il Pangermanesimo - che prese questo nome dopo avere unificato la vasta
serie dei minori movimenti germanistici - è semplicemente l'idea di
unificare, culturalmente e politicamente, tutti i popoli germanici entro gli
stessi confini sulle basi di una comune tradizione di lingua e di costume.
Ma nel testo questo corretto significato è sistematicamente dimenticato e
distorto, ed il Pangermanesimo viene mendacemente presentato come un mito
nazionale tedesco di dominio del globo.

Va comunque ricordato che la data di comparsa del Pangermanesimo coincide
con l'epoca della massima espansione del colonialismo, che vede nel mondo i
vastissimi imperi inglese, francese, olandese, portoghese, belga tenere in
soggezione quasi tutti i popoli del pianeta, mentre la Russia ha da tempo
fatto della Siberia la propria continuità geografica in Asia e l'America sta
portando i propri confini - attraverso una lunghissima serie di conflitti
dichiarati e no - dalle colonie europee del Nord e Centroamerica a quelle
dell'estremo geografico opposto del Pacifico, a ridosso del Giappone.

I Paesi bianchi sono sostanzialmente liberi: tutti gli altri Paesi del
pianeta, eccetto tre - Giappone, Siam ed Etiopia - sono soggetti
direttamente o attraverso protettorati a nazioni bianche.

Il Panslavismo, in Russia, trova gli stessi mèntori ideologico-culturali del
Pangermanesimo in Germania, mentre la silenziosa crescila del Fabianesimo in
Inghilterra fonda con più sicura forza l'idea di una egemonia anglosassone
sul mondo attraverso la crescita culturale della casta dominante britannica,
col sostegno della City e della Royal Navy.

Perché allora attribuire alla Germania questa passione di dominio mondiale,
che mai nella storia tedesca è apparsa come aspirazione globale? Il debole
richiamo ad un giudizio di Machiavelli sull'amore dei tedeschi per le armi,
o la citazione di alcune pagine del «Grande Enigma» di Bourdon, o il ricordo
di due frasi di Nietzsche o di qualche minore autore tedesco, non riescono
certo a documentare questa minaccia.

La verità è un'altra.

Da quando l'America ha iniziato, nel corso del secolo passato, la sua
progressiva espansione commerciale nel mondo - ben coperta dalla
deliberazione politica della dottrina di Monroe, che negava a tutti i paesi
europei la possibilità di un qualunque intervento nell'ambito dell'intero
continente americano -la Germania fu il primo Paese europeo a rendersi conto
che non già per lei, ma per tutta l'Europa si apriva una fase di progressivo
declino, mentre smisuratamente cresceva la potenza americana.

Era non lontana la fine del secolo scorso. Il Kaiser di Germania, a suo
cugino lo Zar di tutte le Russie, propose, per la prima volta nella storia,
l'instaurazione di un mercato europeo che - proteso verso il Meridione e
l'Oriente
-potesse difendere gli Europei dall'invadenza americana. Ma lo Zar Nicola
II -per superficialità, per incompetenza, per mediocrità - lasciò cadere la
cosa. Forse, qualche pressione antitedesca i Russi l'avevano ricevuta
dall'Inghilterra
e dalla Francia. Le quali anche - soprattutto la Gran Bretagna, allora
totale dominatrice delle rotte e degli stretti mondiali nella subordinazione
di centinaia di popoli - avrebbero dovuto sentire più della Germania la
crescente minaccia americana. Ma la comunanza di lingua fra Inghilterra e
America, le matrici religiose parzialmente convergenti, la forza della
Società di Rhodes e Milner che sognava un ritorno dell'America nella gran
Madre fabianista, e soprattutto la sovrapposizione delle stesse banche che
da Londra muovevano verso l'America a creare il bozzolo dell'Occidente,
impedirono al Regno Unito un sogno di ripresa. La continuità di questa
politica segna oggi l'attuale caduta dell'Inghilterra a supino servitore
degli interessi americani.

Ma la Germania in formazione e in crescita, insediata dalla Sorte nel cuore
dell'Europa, al centro di potenze europee antiche e nuove alla Storia per
recente unità, cominciò a sollevare, con forza analoga all'Inghilterra e
quindi all'America, il problema dei propri diritti: spinta dal
Pangermanesimo all'assorbimento dei tedeschi dell'Austria, dell'Olanda, del
Belgio fiammingo, dei Sudeti, nel contesto europeo di milioni di
Volksdeutschens - i tedeschi emigrati da secoli in Ungheria, Romania, Paesi
slavi e Russia - essa cominciò a tentare una rincorsa alla potenza militare
e ad una intrapresa di penetrazione nel mondo islamico. Fra le altre Potenze
era buon seme quello italiano, e potevano esserlo quelli iberici. Non era
ancora palese, allora, la formidabile crescita del Giappone nel cuore
dell'Asia
Orientale, né la volontà d'indipendenza di Indonesia e India, e poi della
cosiddetta Cocincina francese, né la grande rivolta araba che si esprimeva
ancora in termini antiturchi.

Ma erano tutte premesse che, già nel Primo Conflitto Mondiale, potevano far
presagire - senza il dominante intervento americano - una vittoria degli
Imperi Centrali dopo la Rivoluzione Russa, e comunque una ripresa di sforzi
qualche decennio dopo la sconfitta.

Erano intanto nate in Europa - prima e magistrale quella italiana - le
Rivoluzioni nazionalpopolari europee, mentre il militarismo nipponico creava
ad Oriente una nuova forza mondiale.

Erano rinnovate forme di tenace, caparbio attaccamento alla propria realtà
nazionale, alla sua sovranità politica, alla autarchia della propria
produttività. La loro intesa in senso europeo - e del Grande Mondo Orientale
per i Paesi dell'Est asiatico - creava una naturale barriera di protezione e
sostegno ad una Germania non disposta a soccombere agli anglosassoni.

In sostanza, quel che si confrontava già allora erano due mondi antitetici
in termini di visione della storia e due grandi potenziali di mercato
mortalmente antagonisti: l'Europa da una parte, l'America dall'altra. E,
sull'opposto lato del globo, attraverso le immense distese marittime del
Pacifico, era la Grande Asia Orientale ad affrontare, ancora una volta,
l'America.

Ma da un punto di vista americano, il cuore di questo vasto movimento
ideale, civile, politico e alla fine tecnologico-economico era la Germania.

Lo era allora, lo sarebbe stata sempre. E la capacità profonda del suo
popolo di esprimere forza, intelligenza, istintivo amore per l'ordine.
Lentamente, laboriosamente, faticosamente il Paese sconfitto - e dopo la
Seconda Guerra debellato e diviso in tre - è ritornato negli anni '70-'80
uno dei primi creditori mondiali. Mentre l'America passava dai decenni in
cui era la splendida riserva dei risparmi propri e altrui, a quelli,
tragici, di più grande debitrice del globo.

Niente al mondo in quegli anni faceva prevedere la Perestroika di Gorbaciov,
né una fantomatica possibilità di unificazione tedesca. E tuttavia tutto,
nel mondo, congiurava per questo. Nascevano fenomeni di opposizione alla
società multirazziale, rinascevano i sogni di un'Europa convinta del suo
destino, si alzavano voci solenni contro il Mondialismo incentrato
sull'egemonia
americana, esplodevano i ribellismi arabi.

E l'America era profondamente percossa dalla sconfitta in Vietnam, perdeva
battaglie tecnologiche, diveniva una società sempre più in crisi.

Unificati i suoi due principali tronconi dopo la caduta del Muro, la
Germania coltivava in quell'epoca un suo grande disegno: riportare le
decotte industrie tedesche dell'Est, col concorso del denaro pubblico, ad un
altissimo livello che avrebbe condotto non solo la capacità produttiva
tedesca, ma anche quelle polacca, ucraina e baltica ai massimi livelli
mondiali. Era il sogno di Herrhauser, era quello di Rohwedder: due grandi
economisti tedeschi, incaricati, uno dopo l'altro, di realizzare questo
disegno.

Ma furono ambedue uccisi: saltò la macchina del primo nel 1989, e tre colpi
di fucile sparati dal suo giardino freddarono nel 1991 il secondo.

Sconosciuti i colpevoli. Sconosciuti allora, sconosciuti oggi.

Il governo tedesco capì il messaggio.

Affidato l'incarico di Rohwedder ad una donna, essa svendette le industrie
dell'Est ai banchieri cosmopoliti, e la vasta area di milioni di occupati
tesi a far crescere l'Europa, si ridusse ad uno stuolo di milioni di
sottoccupati e cassintegrati a generare, nel cuore del continente europeo,
una vasta e penosa plaga di assistenzialismo.

E l'America sostituendo la Germania - ricostituì potenza produttiva e forza
di denaro.

Ma torniamo a GERMANY MUST PERISH!, quel libercolo ingenuo, fanatico e
grossolano, antistorico nei contenuti, ma adatto all'incolto e semplicistico
gusto americano. Esso doveva, nel 1941, preparare l'America all'intervento,
sperando che un attacco giapponese potesse contribuire a spingere il popolo
americano alla guerra. Ma esso doveva anche costituire, nel linguaggio dei
simboli, una dura minaccia per la Germania.

Che la Germania non abbia mai, nei millenni, sognato un dominio del mondo
che l'Inghilterra invece operava da secoli col concorso subordinato di altri
Paesi europei, non era rilevante per GERMANY MUST PERISH!. Quel che serviva
era ricordare all'Occidente che una Germania dalle grandi risorse
intrinseche, come era stata in grado di riaccendere il conflitto
Europa-America dopo 25 anni, avrebbe di nuovo potuto rifarlo ancorché
battuta e debellata.

Era quindi necessario terrorizzarla di fronte al mondo. Quello che il libro
presenta, in conclusione è la minaccia della castrazione di un popolo:
maschi e femmine. Poiché questa era la punizione che il libro proponeva: la
sterilizzazione di tutti i tedeschi. Non a caso, qua e là nel mondo, in
paesi nordici e scandinavi di antica e sicura fede democratica, la
sterilizzazione dei portatori di tare ereditarie era stata a lungo
effettuata. Nel silenzio, o comunque nell'omertà generale. È un principio
che in qualche misura doveva conservarsi vitale e vivo. Era la matrice di un
processo che doveva mantenersi valido nelle strutture organizzative, nella
disponibilità dei medici e del pubblico, fermo e stabile nelle leggi di
Paesi scontatamente democratici, per potere poi essere richiamato - come
minaccia, come realtà operativa - e finalizzalo alla totale estinzione del
popolo tedesco.



L'ultimo capitolo del libro, Death to Germany, Morte alla Germania, si apre
con un richiamo all'antica legge non europea, ma ebraica «An eye for an eye,
a tooth for a tooth, and a life for a life»: occhio per occhio, dente per
dente, e una vita per una vita. Ma v'è, in termini più giuridicamente
consistenti, la frase di Heinrich von Treitschke: «Ecco la fine, qui
l'umanità
non è più possibile. Si deve poter infliggere alla fine una punizione dietro
la quale vi sia il nulla, e questa non può essere che la punizione della
morte.» Non è una legge, ma ha il tono del Salmo. Anche se concepita nei
rapporti tra Stato e individuo, e non fra stati vincitori e vinti, essa
sembra calzare al testo come norma conclusiva.

E così, conclude il libro, sia fatto alla Germania!

E qui parte il discorso scientifico sulla sterilizzazione di tutti i
Tedeschi. E un metodo moderno, chiarisce l'autore, conosciuto dalla scienza
come sterilizzazione eugenica - che significa «miglioramento della razza»: è
«pratical, humane and thorough», - cioè è pratico, umano e risolutivo. È un
metodo, aggiunge il sano democratico e antirazzista Autore, che va visto
quale mezzo tecnico per ripulire la razza umana dai degenerati, dagli
insani, dai criminali ereditari.

E un metodo che neppure un razzista si sognerebbe oggi di offrire: alla
peggio si nasconderebbe dietro il «seme dei geni» conservato in frigorifero.
Ma l'accanito e fanatico cultore della democrazia di stampo americano lo
propone con serenità ed orgoglio: è contro il popolo tedesco. Con 20.000
buoni chirurghi, ed escludendo i vecchi sopra i 60 anni e le femmine sopra i
45, in due generazioni il mondo sarebbe libero dalla nazione tedesca. La
scomparsa della Germania - e il vecchio eugenista mondiale ritrova l'antico
spirito delle conquiste - non creerebbe effetti più negativi di quel che
accadde con la graduale scomparsa degli Indiani d'America.

Che cosa accadde mai, allora, col genocidio protratto per lunghi decenni dei
pellerossa padroni dei vasti confini dell'West? Proprio niente: si allargò
l'America
a potenza continentale.

Nient'altro succederà se moriranno, entro due generazioni, tutti i Tedeschi.
Questi son coloro che si oppongono, primi ma sempre seguiti da molti,
all'imperialismo
mercantile americano e al mondialismo armato della egemonia aeronavale USA.
Pericolo mortale per la plutocrazia mondialista, oggi e domani: la soluzione
è la loro cancellazione.

Ma non si fa la storia - nel bene e nel male - senza rifare allo stesso
tempo la geografia: che accadrà della Germania, quando non ci saranno più i
tedeschi? L'autore prende in considerazione il problema, e abbozza una mappa
nella quale la Polonia - persa la fetta già incorporata dall'URSS -
sposterebbe verso Occidente il suo territorio inglobando Berlino, l'Olanda
fedele quadruplicherebbe il suo, la Francia si incuneerebbe fino a Monaco
per confinare con una Cecoslovacchia almeno triplicata, mentre Belgio e
Svizzera si accontenterebbero di incrementi territoriali minori. E nessuno
si sorprenda della eliminazione dell'Austria: nella mentalità americana, gli
Austriaci sono tedeschi e come tali devono scomparire anche loro.

È il 1941. Ma pochi anni più tardi, a guerra ormai in procinto di
concludersi dopo l'immane intervento americano, dopo gli anni dei
bombardamenti a tappeto sull'Europa con la sua sostanziale distruzione, dopo
Montecassino, Dresda, Hiroshima e Nagasaki, cosa accadde di nuovo, a far
rientrare il progetto di sterilizzazione obbligata dei Tedeschi?

Sorse - quasi all'improvviso - qualcosa che GERMANY MUST PERISH! non aveva
previsto, forse non sapeva neppure immaginare: sorse l'Olocausto ebraico.

Era la più grande costruzione celebrativa di un popolo. Un popolo che finiva
vincente senza avere mai dichiarato alcuna guerra, e che poteva attingere le
dimensioni di vittima insuperabile e atteggiarsi, di colpo, a centro
culturale del mondo: per farsi costruire nella terra da colonizzare, la
Palestina, un bilancio da forte potenza nucleare.



E la Germania doveva vivere, non morire, per produrre e pagare ad Israele
fin dentro il Duemila le fortissime spese destinate a garantire
un'indiscussa
superiorità militare sull'intero mondo islamico.

Ma era anche una autocelebrazione che elevava a carnefici eterni, per la
storia, finché sarà scritta, le decine di milioni di tedeschi ritenuti tutti
moralmente responsabili.

Non più, quindi, la conquista del mondo, ma il genocidio del popolo ebraico:
era una condizione per la Germania di infamia perpetua, di perfidia
quotidianamente riattribuita da libri e filmati, di progressiva separazione
nei confronti dei camerati europei di ieri, di rigetto e di rifiuto da parte
degli europei di domani.

Non contavano le decine di milioni di vittime dei bolscevichi, né il milione
di soldati e ufficiali tedeschi fatti sistematicamente morire nei campi di
prigionia americani, né le centinaia di migliaia di fascisti rimasti ad
imbiancare di croci i Kriminal Camps, né i milioni di europei massacrati a
guerra finita in tremende pulizie etniche, conclusesi con quella tragica di
Palestina: via gli arabi dalle case, dai villaggi, dalle città - attraverso
qualunque crudele mezzo -per lasciare spazio alle nuove città israeliane.

Ecco dunque la castrazione morale dei Tedeschi, la castrazione a tempo
indeterminato, per sostituire la più infamante e complessa sterilizzazione
sessuale-chirurgica.

Questo spiega la mancata attuazione del progetto di sterilizzazione previsto
dal libro.

Ma questo spiega anche molte altre cose: prima fra tutte la mendace
ricostruzione della guerra, delle sue premesse, dei suoi protagonisti, delle
sue conclusioni e delle singole storie nazionali.

Quasi la metà dei popoli del mondo - ma in fondo tutti, anche i vincenti,
giacché la storia è mendace anche per loro - sono obbligati oggi a non
riguardarsi indietro, e a gettare la prima metà del secolo in un grande buco
nero.

Spariscono decenni di eventi grandiosi, di geniali costruzioni ideali, di
entusiasmi trascinanti.

Si rovesciano i Valori, si rovescia la Verità.

Tutto, in fondo, è oggi piantato sulla menzogna.

Ma sulla menzogna, soprattutto se riferita ad eventi storici, non si
costruisce niente di positivo: le terribili miserie di ieri torneranno ad
esplodere in violenze cento volte più drammatiche. Mentre deflagreranno
dieci Cambogie, dieci Serbie, dieci Kurdistan, dieci Palestine.

Forse, fra i mille esempi di mendacio, uno dei più didattici è proprio il
nostro - quello italiano.






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ivanatwork
2010-08-14 08:20:52 UTC
Permalink
Post by Artamano
Alcune settimane fa, durante uno dei grandi dibattiti televisivi sul recente
conflitto fra NATO e Serbia, una giovane signora - non smentita e non
contestata da nessuno - affermò che la Seconda Guerra Mondiale era stato uno
scontro fra Germania ed Ebrei.
Si chiama democrazia: durante il nazismo non sarebbe potuto esserci un
dibattito pubblico del genere. E nemmeno sotto il fascismo.
Post by Artamano
«GERMANY MUST PERISH! presenta un piano per la struttura di una pace
permanente e durevole fra nazioni civili. Esso basa la sua tesi sulla
definitiva sconfitta della Germania da parte dell'Impero Britannico e dei
suoi Alleati, senza l'aiuto degli Stati Uniti.
Al di la del titolo, mi sembra che l'obbiettivo di una vittoria totale -
o pace duratura che dir si voglia - è quanto si prefigge ogni esercito
in guerra. Nulla di strano. Nemmeno il titolo.
Post by Artamano
Che questa proposta sia una Durevole Pace. (1)
E, questa volta, quella promessa va mantenuta!»
In un modo o nell'altro, così è stato. Oppure no? In fondo gli USA sono
da sempre in guerra con qualcuno.
Post by Artamano
«La guerra
odierna non è una guerra contro Adolf Hitler. Né è una guerra contro i Nazi
E' una guerra di popoli contro popoli, di popoli civili, ispirati
dalla Luce, contro barbari incivili che hanno a cuore l'Oscurità. .E una
battaglia fra la nazione tedesca e l'umanità.
Un po' come i nazi, giusto? Gli ebrei barbari ed incivili, le bestie
ebraiche ... stessa pasta.
Post by Artamano
Questi uomini non originarono né intrapresero queste guerre della Germania
verso il mondo. Essi erano semplicemente degli specchi che riflettevano la
secolare bramosia della nazione tedesca per la conquista e il massacro di
massa (far conquest and mass murder).
Identico a Goebbels e gli altri estremisti nazisti. No, non il popolo
tedesco ma gli estremisti nazisti.
Post by Artamano
La Germania deve morire per sempre.
Io non mi sognerei mai di prendere sul serio un libro come questo.
Almeno che tu non riesca a provare che l'esercito USA leggesse anche
questo cumulo di letame, insieme a Sun Tzu.







Ivan.
Arduino
2010-08-16 10:14:36 UTC
Permalink
"Artamano" <***@katamail.com> ha scritto nel messaggio news:Tei9o.87256$***@twister2.libero.it...

Non è che sia colpa dei tedeschi: in fondo sono solo sfigati, essendo al
centro dell'Europa possono solo espandersi ai danni di potenze europee ed
affacciandosi su un mare semichiuso, avendo altresì una scarsa vocazione
marinara, non hanno potuto dirottare verso altri continenti la loro forza
espansiva; ma fatto sta che sono stati proprio i tedeschi a distruggere la
supremazia europea. Gli Usa, che dal punto di vista strategico fra l'altro
sarebbero stati i naturali alleati dei tedeschi, dato che sarebbe stato nel
loro interesse il declino degli imperi coloniali, per motivi di affinità
razziale linguistica e politica, in sostanza ritardarono il declino europeo,
una vittoria tedesca nella prima guerra mondiale, lo avrebbe anticipato
(perché la supremazia europea, non era basata sul fatto che gli europei
fossero più belli, ma sul fatto che dominavano il resto del mondo) lo stesso
effetto si avrebbe avuto anche con una vittoria tedesca nella seconda, anche
se in questo caso sarebbe stato di pochi anni dato che lo sfinimento delle
potenze coloniali dovuto alla guerra antitedesca, portò in pochi anni al
declino del predominio europeo. Distrutto dalla Germania.
Ciao
Ad'I
Artamano
2010-08-16 17:39:58 UTC
Permalink
Post by Arduino
Non è che sia colpa dei tedeschi: in fondo sono solo sfigati, essendo al
centro dell'Europa possono solo espandersi ai danni di potenze europee ed
affacciandosi su un mare semichiuso, avendo altresì una scarsa vocazione
marinara, non hanno potuto dirottare verso altri continenti la loro forza
espansiva; ma fatto sta che sono stati proprio i tedeschi a distruggere la
supremazia europea. Gli Usa, che dal punto di vista strategico fra l'altro
sarebbero stati i naturali alleati dei tedeschi, dato che sarebbe stato
nel loro interesse il declino degli imperi coloniali, per motivi di
affinità razziale linguistica e politica,
qui l'ignoranza della storia si trasforma in delirio.Affinità razziale con i
tedeschi?
I tedeschi erano affini agli inglesi e non mi risulta da ciò una particolare
stima o amicizia.
L'alleanza con l'impero britannico derivò dall'esposizione delle banche e
delle aziende americane ai tempi della prima guerra mondiale nei confronti
di chi poteva comprare armi e portarsele via .Gli inglei si indebitarono con
gli USA i quali divennere per forza di cosa interessati allo loro vittoria
contro i tedeschi.
Sputare sopra di lor è troppo facile.Chi perde ha sempre torto.Ma l'odio che
si è riversato sopra di loro dipende dal fatto che già dall'ottocento gli
intellettuali tedeschi,con il romanticismo politico avevano criticato la
potenza disgregratrice della civilizzazione moderna,attuata con la
rivoluzione industriale e le filosofie borghesi e liberali.
Thomas Mann aveva già avvertito del "pericolo"tedesco consistente nella
mancata vittoria in Germania della città e della borghesia sopra la campagna
e i miti del radicamento.
La Germania era il naturale e fiero avversario della modernità borghese
,anche e sopratutto perchè ha cercato comunque di riappropriarsi della forza
della tecnica.
Per questo l'odio irriducibile del mondo anglosassone giudaizzato e
mercantile.
Le presunte affinità razziali contano poco in questo caso.
Vedi ad esempio il capitolo nove del libro Complotti 1 -British Israelites
LA DOTTRINA OCCULTA

Dei British-Israelites parla fuggevolmente Arnold Toynbee, nel secondo
volume del suo A Study of History (1934). "Fra i protestanti di lingua
inglese si trovano ancora alcuni fondamentalisti che si reputano "il popolo
eletto" nel senso letterale del termine, quale viene usato dal Vecchio
Testamento. Questo "Israele Britannico" fa fiduciosamente risalire il suo
ceppo fisico alle scomparse Dieci Tribù (nota 50).
Nel 1991, mentre ero a Washington (infuriava la Guerra del Golfo), mi
capitò- in circostanze che tralascio - di constatare che i British
Israelites esistono tuttora. Conservo un loro curioso libretto che
pubblicarono allora, The Prophetic Expositor, che è una summa delle loro
credenze. Nel clima apocalittico creato in America dall'Operazione Desert
Storm, l'opuscolo rievocava l'entrata in Gerusalemme del generale britannico
Allenby nel 1917,e il primo insediamento dello Stato sionista, reso
possibile dall'occupazione britannica e dalla "Dichiarazione Balfour" (nota
51).
L'evento era interpretato così: "L'undicesimo giorno di dicembre 1917
l'armata del generale Allenby marciò sulla Città e la liberò. La Union Jack,
la bandiera che simboleggia l'unione di Giacobbe, si levò su Gerusalemme.
Era l'inizio dei Tempi Ultimi". Union jack è detto popolarmente il vessillo
britannico, con le tre Croci di Sant'Andrea bianco-rosso-blu sovrapposte:
con una falsa etimologia, gli estensori del libretto riconducevano jack a
jacob, l'antico biblico Israele.
Nel 1917, il corpo di spedizione britannico aveva costruito attraverso il
Sinai, partendo dal Canale di Suez, 200 chilometri di ferrovia. Secondo The
Prophetic Expositor, questo evento avverava la profezia di Isaia (19,23) che
dice: "In quel tempo vi sarà una strada tra l'Egitto e l'Assiria; l'Assiro
andrà in Egitto e l'Egizio in Assiria; gli Egiziani serviranno il Signore
insieme con gli Assiri". Piú in generale, il 1917, con la nascita dello
Stato ebraico, veniva interpretato dall'opuscolo come il compimento di tutte
le profezie del Nuovo e Vecchio Testamento. Il 1917 sarebbe stato "il
compimento dell'epoca dei pagani" (Luca, 21,24) e la fine del "tempo della
punizione" inflitto agli ebrei (Levitico,26,24).
Dal risvolto di copertina si apprende che lo strano opuscolo è stato
stampato in Canada (313 Sherbourne Street, Toronto) da un'associazione che
si denomina British-Israele World Federation. Nella prefazione, il gruppo -
o la setta - si dichiara fedele "a Gesú Cristo, il Redentore d'Israele",
alla Bibbia, "l'Eterna Scrittura", ma soprattutto "al Trono di Davide, che
regna sul Commonwealth britannico delle Nazioni".

Gli scopi della "Federazione Mondiale" sono scanditi in cinque punti. Al
punto 2, si dichiara di voler "proclamare la verità sulle origini del Popolo
anglosassone celtico (... ) e provare la sua identità con le cosiddette
Tribú Perdute d'Israele". Al punto 3, gli Israeliti-britannici proclamano "
che Dio ha assegnato al popolo suddetto l'irrevocabile responsabilità di
servire come strumento per preparare la via all'istituzione del Regno di Dio
sulla Terra".

Una ricerca inevitabilmente frettolosa alla Libreria del Congresso mi
consentí di appurare l'esistenza di altra copiosa letteratura prodotta dalla
setta. In essa, pullulano le false etimologie, di cui questa mi sembra la
piú curiosa: il termine Saxon sarebbe una contrazione di Isaac Son, e
starebbe a provare che i Sassoni sono "Figli d'Isacco": discendenti
legittimi d'Israele, a pari grado degli ebrei attuali, "Figli di Giuda". Si
citano numerosi passi scritturali per dimostrare che il vero popolo ebraico,
l'autentico destinatario della promessa di Jehova, "sarà nominato da Isacco
e non da Israele". Fra questi soprattutto la Genesi (21,12): "Attraverso
Isacco da te prenderà nome una stirpe", ma anche il passo della Lettera ai
Romani (9,7) in cui San Paolo dice: "Né per il fatto d'essere discendenza di
Abramo sono tutti suoi figli".

Er, figlio di Giuda, discendente di Isacco (Genesi, 38,6) viene identificato
con l'eroe originario del popolo che si stabilí in Irlanda, anticamente
chiamata Eir o Eireland.

I Biitish-Israelites leggono nella Scrittura innumerevoli "profezie" che
additano nell'Impero Britannico lo "Stato della Promessa", e negli inglesi
il popolo eletto dal Patto divino. Nel passo di Isaia (4, 1) che comincia:
"Isole, ascoltatemi in silenzio!", vedono la prova che "il vero Israele sarà
una nazione isolana". Secondo loro, Isaia attesterebbe anche che l'isola
originaria sede del popolo eletto "è troppo piccola per esso". Dunque Dio
darà alla piccola nazione il privilegio di conquistare "immense colonie". L'
lmpero Biitannico ossia il "vero Israele" è, secondo i loro calcoli, il
quinto impero universale apparso nel mondo dopo la caduta dei quattro
anteriori (egizio, assiro, greco e romano). E ai britannici si rivolge la
promessa di Daniele (2,44): "Dio farà sorgere un regno che non sarà
distrutto in eterno".

Astruse corrispondenze cronologiche vengono escogitate per collegare la
storia dell'impero britannico alla storia sacra" che ha per centro
Gerusalemme. I British Israelites assumono un periodo di 2.520 anni, che
fanno corrispondere ai "sette tempi di espiazione" inflitti a Israele. Cosí,
dicono, se nel 721-704 a. C. avvenne l'assedio e la deportazione dei giudei
in Assiria, esattamente 2.520 anni dopo (nel 1800-1817) la vittoria inglese
pose fine all' "assedio di Napoleone", e nacque l'impero Britannico. La
deportazione degli israeliti fu completata nel 677 a.C.: nel 1844, ossia
2.520 anni dopo, l'istituzione del Gold Standard segna "la restaurazione del
potere materiale d'Israele" (sic). Nel 604 a.C. Gerusalemme cadde sotto
l'urto di Babilonia; 25 secoli piú tardi, nel 1917, l'esercito britannico
"libera Gerusalemme". Il popolo ebraico fu totalmente disperso nel 580 a.C.;
il 1941 dopo Cristo "ha visto ricostituirsi l'alleanza del popolo
d'Israele": cosí viene interpretata l'alleanza di Stati Uniti e Gran
Bretagna contro il terzo Reich.

E' imminente l'avverarsi di ogni altra profezia. Presto tornerà il Messia e
instaurerà il Regno di Dio, che sarà "un regno concreto e materiale, con
territorio, leggi, popolo e trono". Sarà ovviamente la Casa Reale
Britannica, "discendente da Davide", a occupare quel trono. Pagine e pagine,
nella letteratura della setta, sono dedicate a superare le difficoltà che le
parole di Cristo nei Vangeli pongono alla credenza in un Regno di Dio
"concreto e materiale". L' affermazione di Gesú, "il mio Regno non è di
questo mondo" (Giovanni, 18,36) viene tradotta ad esempio con "non è di
questa epoca".

Piú laboriosi sforzi vengono impiegati per stravolgere San Paolo, che
afferma: "Il Regno di Dio non è questione di cibo e bevanda" (Romani, 14,17)
e "la carne e il sangue non possono ereditare il Regno" (Corinzi, 15,50). Il
Regno è dunque una realtà spirituale, come credono gli odiati cattolici? La
setta protesta: "In antico, gli uomini credettero che il regno sarebbe
apparso sulla Terra letteralmente e materialmente .Ora censurano impazienti
chi cerca il suo ritorno". La lettura del vangelo fatta dalla setta è in
questo veramente "ebraica", in sorprendente consonanza con il letteralismo
dei farisei (e oggi dei rabbini) che proprio Cristo per primo censurò:
dopotutto, i farisei rifiutarono di riconoscere in Gesù il Messia, perché
credevano che il Messia sarebbe stato "un re di questo mondo".

Questa ideologia balzana non è un innocuo fanatismo minoritario. E la punta
piú caricaturale dell'ideologia occulta che sostenne l'Impero Britannico.
Ridiamo la parola a Toynbee:

"Vi sono altri protestanti di lingua inglese che sostengono la dottrina dei
British-Israelites in senso figurato e metaforico. Senza pretendere che i
popoli bianchi-angiosassoni discendano carnalmente dai figli d'Israele,
questi British-Israelites trascendentali affermano di essere i successori
degli Israeliti nel ruolo di Popolo Eletto in senso spirituale. Comunque
possa essere avvenuto, i popoli di lingua inglese sono divenuti, secondo
questa veduta, gli eredi del Regno (... ) "Vasi d'elezione" per mezzo dei
quali l'umanità è destinata a raggiungere la meta dei suoi travagli." E
conclude: "Questa dottrina è enunciata in modo raziocinante da Rudyard
Kipling nel suo Recessional".

Il tono lievemente ironico di Toynbee, britannico liberal non induca a
sottovalutare l'ultima nota: è risaputa la funzione di Kipling nel forgiare
l'ideologia imperialista britannica. E sappiamo anche da quali fonti la
traesse. Sparsi accenni al "Grande Architetto dell'Universo", negli opuscoli
dei British-Israelites che ho consultato, fanno indovinare che la stessa
fonte ispira ancora le stesse idee: intendiamo parlare della Massoneria
Azzurra, o "Rito Scozzese Antico e Accettato", con la sua simbologia
monarchica dell'Arca Reale, con i suoi "Eletti Cohen" e i suoi "Cavalieri
Kadosh" (nota52). Il Gran Maestro dell'Ordine Scozzese, cristallinamente
leale alla Corona britannica, è per tradizione ininterrotta il Duca di Kent,
ossia il fratello del sovrano del Regno Unito.


E vi sono altri motivi di credere che l'ideologia che l'opuscolo The
Prophetic Expositor esprime in modo cosí ridicolmente estremo, sia una sorta
di dottrina segreta coltivata nella cerchia interna dei fedelissimi alla
Corona, e intimamente legata alla religione di Stato britannica,
l'Anglicanesimo.

In una lettera che Sir Francis Drake scrisse il 27 aprile 1587 a John Foxe,
autore di un celebre Libro dei Martiri protestanti, il famoso corsaro
identifica l'Inghìlterra con Israele usando un linguaggio che pare
convenuto, simbolico e settario: "Che Dio sia glorificato, la sua Chiesa e
la sua Regina preservate, i nemici della verità vinti; e che possiamo avere
ininterrotta pace in Israele". Un simile linguaggio cifrato usò in tempi a
noi vicinissimi (nel 1952) Sir Oliver Locker-Sampson, alto esponente
conservatore nel Parlamento di Londra. Intervistato sui motivi della
costante politica inglese a favore del Sionismo e dello Stato d'Israele,
egli rispose: "Winston (Churchill), Lloyd George, Balfour e io siamo stati
allevati come protestanti integrali, credenti nell'avvento di un nuovo
Salvatore quando la Palestina ritornerà agli ebrei" (nota53).

Di fatto, non è facile spiegare razionalmente in termini di Realpolitik,
l'ostinazione della politica britannica a favore del Sionismo. Nel 1917-18,
per strappare la Palestina all'impero ottomano e consegnarla ai sionisti, il
Regno Unito - benché impegnato nello sforzo bellico in Europa spostò su quel
teatro di guerra insignificante oltre un milione di uomini (per l'esattezza,
1.192.511). Erano forze sottratte ai fronti europei proprio nei mesi in cui
le forze del Kaiser, disimpegnate ad Est dall'implosione della Russia,
venivano concentrate contro la Francia. Difatti il corpo di spedizione
inglese in Palestina dovette poi essere precipitosamente ritirato e spedito
sulle linee francesi, a tappare le falle che vi aveva prodotto il
formidabile urto tedesco.

Le ambasciate alleate conoscevano la undercurrent pseudo-religiosa che
motivava tali atti. Durante la Conferenza di Pace nel 1919, un diplomatico
francese pose a Lord Balfour una domanda ironica: si rendeva conto che il
ritorno degli ebrei in Palestina, per cui tanto il ministro britannico si
batteva, avrebbe significato il compimento della profezia biblica per cui
quel "ritorno" preludeva alla prossima "fine dei tempi"? Serissimo, Balfour
rispose: "E' proprio questo a rendere la cosa tanto interessante".

Sir Arthur Balfour, spiritista e teosofo, era stato tra i fondatori della
Loggia Quatuor Coronati, che ancor oggi funziona come il centro e l'archivio
storico della Massoneria "regolare". E' possibile che riscaldassero la sua
fredda anima occulte speranze messianiche, e l'attesa dell ' "eone futuro"
in cui la fine della storia coinciderà con il trionfo senza tramonti
dell'Impero Britannico?

La risposta non può che essere complessa. René Guénon ha espresso la
convinzione che certe "profezie" siano fatte circolare ad arte, in periodi
storici di crisi, per far accettare dalla Psicologia collettiva l'avverarsi
di un progetto politico già deciso (nota54). Negli Stati Uniti, al tempo
della Guerra del Golfo, l'opuscolo diffuso dai British-Israelites era solo
una delle voci "profetiche" che contribuivano a creare nel popolo americano
il parossismo di "crociata" contro Saddam Hussein.

In quelle settimane di guerra televisiva, i piú celebri tele-predicatoti
degli Stati Uniti contribuirono potentemente a quel clima. Il famoso Pat
Robertson si distinse nell'invocare la guerra, che egli intendeva come una
battaglia apocalittica del Bene contro il Male (nota55). Proprio in quei
giorni usciva il suo ultimo libro, The New Millennium, in cui un capitolo
frettolosamente aggiunto interpretava l'imminente Guerra del Golfo come
l'inizio dei "tempi ultimi". Billy Graham, un altro predicatore televisivo
di altissima audience, fu la sola personalità religiosa a trascorrere alla
Casa Bianca la notte del primo bombardamento su Baghdad, sostenendo Bush col
suo appoggio morale. Graham, spiegarono i giornali, pregò col Presidente e
parlò con lui di "profezie". Paige Patterson, portavoce della First Baptist
Church di Dallas, grossa congregazione della "destra religiosa"
statunitense, dichiarò che "intende male le cose degli ultimi tempi" chi,
come molti americani, identificava Saddam con l'Anticristo (il quale,
secondo la Bibbia, sorgerà da Babilonia). Ma aggiungeva: "Questa non è
probabilmente la fine, ma il Medio Oriente vedrà questo caos fino all'arrivo
del Messia. Fino ad allora non ci sarà pace".

Nella coscienza collettiva americana, è profondamente organizzata l'idea che
nel conflitto arabo-israeliano, raddoppiato dal conflitto Usa-Urss (l'impero
del Male) si celi un significato escatologico. Al principio degli anni '80
Hilton Sutton, presidente della Mission to Ametica (un'altra congregazione
fondamentalista) produsse un film di successo, Ezekiel File ("Dossier
Ezechiele") in cui l'espansione dell'influenza sovietica nel mondo veniva
presentata, con abbondanti citazioni bibliche, come l'invasione di Gog e
Magog. A ciò sarebbe seguito lo Scontro Finale: la biblica battaglia di
Armageddon, evocata da Ronald Reagan in un suo celebre discorso. Nei giorni
in cui l'America attaccava Baghdad-Babilonia, un attivista protestante di
nome Hal Lindsay riassumeva tutte queste idee in un modo grottescamente
esplicito in un'intervista radiofonica. Per lui, Bush era "l'uomo scelto da
Dio" per schierare l'America nella guerra contro le Tenebre: "Si, siamo al
crinale dell'Armageddon, stiamo entrando nella piuma battaglia della guerra
finale contro le forze dell'Anticristo"(nota56).


In quei giorni, i fondamentalisti evangelici diedero sfogo al loro
anti-cattolicesimo. Nella coscienza popolare statunitense, l'Europa è del
resto il "Paese di corruzione", " l' Egitto" da cui i Padri Fondatori, come
gli ebrei dell'Esodo, sono scampati. E' ancora il fermento
British-Israelite, ma trasferito al Nuovo Mondo, ad agire. Difatti, "i primi
coloni credevano che l'Inghilterra, a causa del suo agire tirannico e della
sua negazione delle libertà donate da Dio, avesse perduto il suo ruolo come
strumento divino, e fosse stata rimpiazzata da un Israele americano; una
nuova nazione eletta per compiere la Sua antica volontà". Cosí scrive
Winthrop S. Hudson, docente di religioni all'Università del North Carolina
(Riverside) in un suo saggio sulla storia della civil religion americana
(nota 57).

Toynbee, a proposito dei Padri Fondatori americani e del loro sentimento di
superiorità mistico-razziale, parla di "genesi protestante di (questo)
sentimento razziale", attribuendolo all'abitudine del "libero esame" della
Bibbia.

"Il cristiano biblico, stabilitosi oltremare tra popoli di razza
non-europea, ha finito inevitabilmente per identificarsi con Israele che
compie l'opera del Signore irnpadronendosi della Terra Promessa, mentre ha
identificato i noneuropei con i canaaniti che il Signore ha messo in mano al
suo Popolo perché li distrugga. Sotto questa suggestione, i coloni
protestanti di lingua inglese sterminarono gli indiani americani al pari dei
bisonti , laddove i cattolici spagnoli risparmiarono i vinti per governarli,
convertendosi e mescolandosi ai convertiti" (nota58).

Il già citato Winthrop S. Hudson illumina in certo modo l'ulteriore sviluppo
di questo razzismo biblico americano, rivelandone le radici come le stesse
della civic religion. Tra i vari esempi, menziona un sermone scritto per il
Giorno del Ringraziamento del 1799 dal pastore Bruce Abbott - uno dei tanti
predicatori erranti che percorrevano la Frontiera del West brandendo la
Bibbia e proclamando sermoni millenaristici - che è conservato nella
American Bibliography di Charles Evans. Il sermone s'intitola: "Tratti di
somiglianzafra il popolo degli Stati Uniti d'America e l'antico Israele".

Benjamin Franklin obbediva alle stesse suggestioni quando, come membro del
"Triumvirato" incaricato di disegnare il sigillo degli USA, proponeva nel
1766 di raffigurarvi "Mosé che divide il Mar Rosso mentre il Faraone e i
suoi armati sono sommersi dalle acque". Thomas Jefferson, membro del
medesimo triumvirato, proponeva invece di raffigurarvi "i Figli d'Israele
guidati nel deserto da una nube di giorno e da una colonna di fuoco la
notte".

I Padri Fondatori definivano invariabilmente le colonie americane con uno
stereotipo liturgico: This Most Favoured Nation. "Ciò che l'espressione
propriamente richiamava", scrive Hudson, "era l'idea di una nazione
preservata, sostenuta e protetta dalla Provvidenza per la realizzazione dei
Suoi disegni. Questo era il tema ricorrente delle orazioni per il 4 Luglio e
per il Giorno del Ringraziamento. Erano ebraici gli archetipi piú familiari
che allora venivano evocati: 'esodo', 'popolo eletto', 'terra promessa'. Il
tema ricorrente era quello di un popolo che ha stretto un patto con Dio
fuggendo alla cattività (... ), guidato a creare in America un ordine
politico a Dio gradito, un paradiso di libertà per tutte le nazioni,
strumento di Dio per l'emancipazione dei popoli in ogni luogo". Il cerchio,
dunque, è chiuso: il culto dell' "Israele britannico", dottrina segreta
dell'oligarchia inglese e legittimazione mitica del suo Impero, cova dentro
l'ideologia di massa della democratica America, ed è il fondamento della sua
"religione civica".


50 A Toynbee, Panorami della Storia (trad.it. Mondadori, 1954, vol.II,.53).
Per quanto ne sappiamo, Toynbee è il solo storico che dia segno di conoscere
i British-Israelites: una conoscenza che può aver captato nell'Intelligence
Service, per il quale collaborò,grazie alla sua conoscenza dell'arabo,
durante le due guerre mondiali. Quanto al mito delle "tribù perdute
d'Israele" si tratta delle dieci tribù "scomparse" dopo la prima cattività
babilonese, probabilmente perchè hanno pacificamente mescolato il loro
sangue (l'eletto sangue di Abramo) con quello dei popoli vicini. In questo
senso sono "perdute" per l'ebraismo, nel senso che,non avendo preservato la
loro purezza razziale, non avranno parte della "promessa" che Jehova stipulò
col sangue di Abramo. Gli ebrei attuali si ritengono eredi delle due sole
tribù "non perdute", quelle di Giuda e di Levi

51 La "Dichiarazione Balfour" è la lettera - datata 2 novembre 1917 - in cui
il ministro degli Esteri britannico, lord Balfour, rendeva noto alla
Federazione Sionista che "Sua Maestà vede con favore l'istituzione di una
sede Nazionale in Palestina per il popolo ebraico e farà del suo meglio
perché tale fine possa essere raggiunto". La lettera fu indirizzata a Sir
Lionel Rotschild, ed è considerata l'atto di fondazione dello stato
d'Israele.

52 Sono gradi iniziatici della Massoneia Azzurra. "Cohen" significa in
ebraico "incoronato", e "Kadosh", cavaliere.
53 Citato da Douglas Reed, The Controversy of zion, Noontide Press (Usa),
1985, p. 189.


54 Quello sionista del resto è il caso piú cospicuo di un progetto politico
indotto dalla credenza nelle "profezie", e precisamente dalle predizioni
bibhche sul finale "ritorno" del popolo eletto in Israele. Ma altri casi si
potrebbero citare. Le quartine "profetiche" di Nostradamus sono state
largamente usate (e debitamente manipolate) negli ultimi due secoli, per
esempio pro o contro Napoleone, e anche per dimostrare l'inevitabilità della
sconfitta di Hitler.


55 Washington Post, Attack Saddam, Robertson urges, 18 febbraio 1991.

56 Intervista alla Radio federale tedesca DLP, 18 febbraio 1991.

57 "L' American Civil Religion s'è affermata come culto dello Stato, ii cui
dogma centrale è il destino superiore della nazione" (John E. Smyle,
National Ethos and the Church, in Theology Today, 20 ottobre 1963). Già
Tocqueville notava che lo zelo religioso "si scalda continuamente in America
al fuoco dei patriottismo".

58 Toynbee, op, cit., p.47.



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Arduino
2010-08-17 05:11:49 UTC
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Post by Artamano
Gli Usa, che dal punto di vista strategico fra l'altro sarebbero stati i
naturali alleati dei tedeschi, dato che sarebbe stato nel loro interesse
il declino degli imperi coloniali, per motivi di affinità razziale
linguistica e politica,
qui l'ignoranza della storia si trasforma in delirio.Affinità razziale con
i tedeschi?
Cerca di leggere perlomeno correttamente (Magari evitando di tagliare in
punti impropri)
L'affinità razziale l'avevano con gli inglesi (anzi più che affinità si
dovrebbe parlare di discendenza, seppur mista con altre nazionalità) cosa
che portò la popolazione ad avere una simpatia prevalente per la causa
britannica, simpatia aumentata dal fatto che i tedeschi pensarono che si
potessero bellamente affondare navi di una grande potenza.
(Bastava non lo facessero, o smettessero immediatamente nel momento in cui
scoppiò la rivoluzione in Russia, che avrebbero avuto in pugno le sorti
della guerra)
Al resto non rispondo dato che si basa di ragionamenti scaturiti dalla
incomprensione di quanto ho detto, oltre alle solite elucubrazioni a vuoto
fondate sul niente.
Logico, che specie all'epoca, ci fosse qualcuno che esprimesse avversione
verso un altra nazione, ma da qui a parlare di una particolare avversione
inglese per la Germania, ci passa un abisso. I due, alleati di ferro per
tutto il settecento e nelle guerre napoleoniche, vennero in attrito quando
la Germania si costruì una potente flotta che essendo composta non da navi
oceaniche a largo raggio d'azione, ma da potenti corazzate a stretto raggio,
videro come arma costruita contro loro e se ne allarmarono decidendo di
aderire alla coalizione antitedesca.
Ciao
Ad'I
Artamano
2010-08-17 19:10:49 UTC
Permalink
Post by Arduino
britannica, simpatia aumentata dal fatto che i tedeschi pensarono che si
potessero bellamente affondare navi di una grande potenza.
i tedeschi non affondavano le navi perchè erano degli stronzi come
vorrebbero far credere i fascisti-sionisti come te.Ma perchè trasportavano
armi ad un paese belligerante violando lo statuto di neutralità.Di fronte ad
un tale atto di guerra la guerra vera e dichiarata nell'aprile del 1917 non
era che conseguenza naturale.
Post by Arduino
(Bastava non lo facessero, o smettessero immediatamente nel momento in cui
scoppiò la rivoluzione in Russia, che avrebbero avuto in pugno le sorti
della guerra)
non le ebbero perchè la Germania era alla fame.
Post by Arduino
Al resto non rispondo dato che si basa di ragionamenti scaturiti dalla
incomprensione di quanto ho detto, oltre alle solite elucubrazioni a vuoto
fondate sul niente.
Logico, che specie all'epoca, ci fosse qualcuno che esprimesse avversione
verso un altra nazione, ma da qui a parlare di una particolare avversione
inglese per la Germania, ci passa un abisso. I due, alleati di ferro per
tutto il settecento e nelle guerre napoleoniche, vennero in attrito quando
la Germania si costruì una potente flotta che essendo composta non da navi
oceaniche a largo raggio d'azione, ma da potenti corazzate a stretto
raggio, videro come arma costruita contro loro e se ne allarmarono
decidendo di aderire alla coalizione antitedesca.
come dire che gli inglesi divennero antitedeschi perchè quegli "unni",come
li chiamava la stampa popolare britannica osarono costruirsi la flotta da
guerra.
Questa tesi può andar bene per i fascio-sionisti tesi più che altro ad
accreditare la storia dei vincitori,ma l'ostilità inglese verso la Germania
aveva radici più profonde.
Vedi il seguente articolo:

http://www.uomolibero.com/archivio/19/19e.htm



Gianantonio Valli

La coscienza dell'impero
Ascesa e declino dell'Europa di Mezzo


(1)

L'egemonia atlantica
La rinascita dell'Europa di Mezzo


… da far sì che l'Europa si sentisse costretta a decidere di divenire
anch'essa egualmente minacciosa, di acquisire, cioè, una volontà unica [...]
affinché finalmente la commedia, protrattasi anche troppo, della sua
congerie di staterelli nonché la molteplicità dei suoi velleitarismi
dinastici e democratici giunga infine a un epilogo. È passato il tempo della
piccola politica: già il prossimo secolo porterà con sé la lotta per il
dominio della terra, la costrizione alla grande politica.

NIETZSCHE

Al di là del bene e del male, VI, 208.



L'egemonia atlantica

Oggetto della presente ricerca è la Grande Politica dell'Europa di Mezzo,
vale a dire lo studio del sorgere e del dispiegarsi del sogno imperiale di
Italia e Germania, dal loro affermarsi tardo-ottocentesco come Grandi
Potenze europee fino alla loro disfatta nel secondo conflitto mondiale (1).

Ma per tracciarne in modo corretto i lineamenti senza stravolgerli in
condanne aprioristiche e preconfezionate (quasi che Italia e Germania, per
il solo fatto di essere state sconfitte quarant'anni or sono avessero
doverosamente espiato la « colpa » dei loro regimi) e senza limitarsi ad una
pura elencazione cronachistica priva di vero affiato storico, occorre in
primo luogo riconoscerne le costanti dettate da un'imperiosa situazione
geopolitica, da secoli operante in modo coerente pur nel mezzo
dell'irrazionalità ultima degli eventi (2).

Comportarsi in diversa guisa, non avere cioè presente un adeguato, e nel
nostro caso secolare, retroterra storico; non riconoscere che la maggior
parte degli eventi risulta da decisioni raramente isolate e mai in ogni caso
arbitrarie prese da uomini per le loro funzioni responsabili; considerare
poi solo alcune delle nazioni in causa come pienamente autonome nel loro
agire ignorando l'azione di altre, e magari le più determinanti per rapporti
di forze (3), non significa solo precludersi la possibilità di comprendere
l'effettiva dinamica dei fatti,

ma anche dare prova di mancanza di senso storico, di profondità morale e
perfino di quella pietas per gli uomini e gli eventi passati (sacri in ogni
caso appunto perché passati) che ogni vero studioso dovrebbe in primo luogo
possedere (4).

Vogliamo con questo dire che senza l'accettazione della dignità del passato
e della sua specificità ed autonomia dal tempo presente, non può darsi vera
opera storica, bensì pura proiezione di inclinazioni personali, quando non
dell'inconscio collettivo, delle ideologie e degli pseudovalori del nostro
tempo.

Certo non occorre, per comprendere la situazione storica di allora,
risalire, in un'interminabile sequenza di cause ed effetti, all'uomo del
Paleolitico, ma èindubbio che una rapida considerazione della storia europea
degli ultimi cinquecento anni è indispensabile a chiarire il perché di quel
particolare svolgersi di eventi.

Data infatti dalla seconda metà del Quattrocento l'inizio della
dissociazione in due tronconi dell'Europa più ardente e vitale (5).

Quella comunità occidentale, quell'Occidénte (6) che fino ad allora si può
considerare un corpo unico, erede della tradizione indoeuropea variamente
dispiegatasi nei millenni presso le diverse regioni del continente, dotata
di dignità e valori suoi propri fin dal sorgere storico della civiltà greca
e romana, in contrapposizione ad un Oriente caratterizzato, in tutte le sue
genti, da masse informi e proskynesis, rinuncia e annullamento della
personalità individuale di fronte ad uno stato onnipotente e a divinità
remote e inaccessibili (7), si viene ora scindendo in due ampie zone a
diverso destino e che, grosso modo, andranno ad incarnare nei secoli
seguenti due opposte concezioni ideologiche, filosofiche, politiche.

Mentre cioè fino ad allora il termine « Occidente », visto come un
tutt'unico, blocco ideale della tradizione classica vivificato dall'apporto
germanico e riconformato e in parte stravolto nella concezione del mondo
della respublica christiana, può risvegliare legittimamente in noi echi e
consonanze profonde; mentre Salamina e il Granico, Carre e i Campi
Catalaunici, Poitiers e il Lechfeld, Liegnitz e Mohàcs (8) ci fanno sentire,
e scegliere come nostra, e chiamarla Occidente, una delle due parti in
lotta, dalla fine del Quattrocento le nazioni poste sull'Atlantico iniziano
un cammino che divergerà sempre più da quello dell'Europa di Mezzo.

L'evento capitale, maturato nell'arco di un secolo, da quando cioè i turchi,
quanto di più barbaro esprimesse allora l'Asia continentale, posero piede in
Europa, può essere simbolicamente riconosciuto nella caduta di
Costantinopoli. Evento che segna uno spartiacque della storia universale, il
predominio turco con la chiusura del Mediterraneo ai movimenti europei verso
l'Asia si lega al culmine della prima fase delle esplorazioni che le nazioni
atlantiche vanno attuando da decenni.

Ma mentre le nazioni dell'Europa sudoccidentale — Spagna e Portogallo —
andranno presto per la loro strada verso l'America centro-meridionale
ponendosi sempre più alla periferia della storia europea, non altrettanto
avverrà per Francia e Inghilterra.

Di quest'ultima, soprattutto, occorre rilevare la costanza nel perseguimento
di un equilibrio di forze sul continente europeo giocando una nazione contro
l'altra, in modo da evitare che alcuna Potenza possa affermarsi egemone e
minacciosa contro di essa.

Della Francia basti ricordare il gioco plurisecolare, l'amicizia tra i re
« cristianissimi » e il sultano ottomano ai danni di Venezia, già peraltro
alleata francese contro Milano e Napoli, e soprattutto il costante operare
ai danni del Sacro Romano Impero della nazione tedesca (9).

Così, mentre le vele britanniche e francesi raggiungono il Labrador e
Sant'Elena, e quelle portoghesi, ispaniche ed olandesi le isole della Sonda,
la Terra del Fuoco, le Filippine e il Giappone, l'Europa di Mezzo deve fare
fronte alla più grande minaccia da oriente della sua storia.

Agli inizi del Seicento l'espansione ottomana ha ridotto all'impotenza
l'Eu­ropa centrale. Fagocitata la penisola balcanica, sottomessi slavi e
rumeni, rotti i magiari, condizionati gli albanesi, i turchi sono apparsi,
per la prima volta nel 1529, sotto le mura di Vienna.

Pur tra alterne vicende, tra avanzate e riflussi, costituiscono da allora
una presenza paralizzante e sempre minacciosa per l'esistenza quotidiana
dell'Impero asburgico.

Costretto con Carlo V a spartire i domini spagnoli da quelli tedeschi, il
Sacro Romano Impero si riduce in effetti a Boemia, Austria e Ungheria, anche
se il titolo di imperatore copre nominalmente gli altri territori germanici.

La successiva guerra dei Trent'Anni, di cui ancor oggi è difficile per noi
apprezzare l'incidenza di crisi, e che con le sue allucinanti devastazioni
territoriali e demografiche (la popolazione germanica si riduce in quegli
anni da sedici a dieci milioni di persone mentre in talune regioni, come la
Pomerania e il Meclemburgo, le perdite raggiungono il 66 e l'80%) peserà per
sempre come un incubo sul popolo tedesco, vede nella pace di Westfalia del
1648 il coronamento dell'opera pluridecennale di Richelieu e la conferma
pratica della volontà espressa cent'anni prima da un ministro di Enrico II,
essere cioè compito della diplomazia francese il mantenere le cose tedesche
nel più grande disordine possibile.

La struttura costituzionale dell'impero risulta rivoluzionata. Ai vari stati
viene concessa piena sovranità, compresa la prerogativa di concludere
alleanze con potenze straniere, purché non siano dirette contro
l'imperatore; è tolta la preminenza dei grandi elettori sugli altri membri
della dieta; l'imperatore cede alla dieta il jus pacis et belli, e cioè il
diritto di dichiarare guerra e di concludere pace, l'acquartieramento delle
truppe, la tassazione, la costruzione di fortezze, configurandosi come
semplice amministratore dell'impero. La Germania, già frammentata fin dalla
sua nascita, non esiste politicamente più come corpo organico.

Discorde e frantumata in trecentocinquanta entità, città libere e città
soggette, ducati, principati laici, principati ecclesiastici e piccoli
regni, la nazione tedesca non riuscirà a trovare la sua unità politica che
oltre due secoli dopo, ad opera dell'azione militare del regno di Prussia.

Parallelamente l'Italia, mentre vede la decadenza degli stati rinascimentali
e la sua più combattiva avanguardia — Venezia — impegnata in un duello
mortale antiottomano fino a svenarsi decrepita dopo tre secoli di lotta,
mentre vede infuriare la pirateria turca e saracena che ne devasta
endemicamente le coste e l'entroterra (10); mentre è in pratica tutta
spiritualmente assorbita nella Controriforma dalla presenza del dominio
temporale dei papi (11); non riesce per secoli a dare unità alle sue genti,
divisa e occupata manu militari da Francia, Austria e Spagna.

E come nel Trecento la duplice eclissi del Papato e dell'Impero (conseguente
quest'ultima alla scomparsa del genio di Federico II), aveva permesso il
consolidarsi della nazione francese e il successivo scatenarsi della guerra
dei Cento Anni tra Francia e Inghilterra, così l'eclisse dell'Europa di
Mezzo permette nel Cinquecento alle nazioni atlantiche di guerreggiare
impunemente fra loro.

E chi se ne assume l'iniziativa è sempre la meno europea e la più atlantica
fra le nazioni, e cioè l'Inghilterra, che, ancora troppo barbara ed
arretrata per associarsi all'opera di positiva esplorazione e scoperta
geografica del Quattrocento, si sente ora abbastanza guerriera per strappare
ai rivali le colonie da loro scoperte ed organizzate.

Col pretesto della lotta al cattolicesimo cadono o sono fiaccati e
grandemente condizionati uno dopo l'altro, i possedimenti spagnoli,
portoghesi e francesi; né le Sette Province protestanti, riunite in
repubblica dopo Westfalia, conoscono sorte migliore.

A « nobilitare » e promuovere il comportamento inglese soccorrono
l'esortazione religiosa e la benedizione divina, visto che l'accumulo di
ricchezze sempre più grandi è segno principe e riconoscimento, a posteriori,
della Grazia Celeste: « Servite Dio, arricchendo voi e il vostro Paese, se
fattibile; altrimenti prendendo a olandesi e spagnoli ».

La guerra di Elisabetta contro la Spagna, protrattasi per quasi vent'anni e
conclusa con la definitiva frantumazione del progetto asburgico di imporre
all'Europa quell'unità religiosa lacerata mezzo secolo prima dai moti di
riforma, segna l'inizio dell'affermazione dell'Inghilterra come grande
potenza navale.

Ausilio non indifferente alla vittoria inglese, a parte i «venti di Dio »
che hanno scompigliato l'Armada, portano le azioni dei corsari britannici,
organizzati e incentivati dalla Corona; durante ciascun anno di guerra, dal
1585 al 1603, non meno di cento vele saccheggiano le coste iberiche, mentre
altre centinaia assalgono e depredano i galeoni spagnoli sulla rotta delle
Americhe.

La guerra contribuisce a fare conoscere agli inglesi nuove basi, anche in
territori lontani, e poiché i corsari agiscono spesso oltre i limiti loro
concessi dalle patenti reali, è spesso giocoforza trovare altri scali, dove
potersi disfare delle merci predate senza che nessuno possa inquisire sulla
legalità della loro cattura.

Rifugi sicuri offrono presto i porti turchi e barbareschi del nord Africa,
specie nella regione di Tunisi e nel Marocco; in cambio, i corsari inglesi
organizzano e potenziano fin dai primi anni l'attività dei pirati musulmani.
Il loro ruolo nella creazione delle flotte di Barberia è presto ben noto in
tutta Europa (12).

Il successo inaspettato delle navi corsare britanniche diviene però quanto
prima fonte di imbarazzo per Elisabetta, soprattutto per quanto riguarda
l'attività piratesca nel Mediterraneo, dove la loro attenzione si rivolge
più alle merci e alle navi neutrali che a quelle spagnole. I francesi sono
tra i primi a subire gravi danni. Nel 1600 l'ambasciatore di Venezia a
Costantinopoli esprime la preoccupazione che le lagnanze avanzate dai
francesi « diventeranno generali a tutte le potenze, poiché questa maledetta
razza [gli inglesi, n.d.A.] si è fatta così spavalda che recasi ovunque
senza esitazione, barbaramente incrudelendo, affondando navi, e portando il
bottino a Patrasso e in altri porti dove trovano chi dà loro asilo ».

Riconferma Maffio Michiel, governatore veneziano a Zante, attivissimo contro
i pirati, soprattutto contro quelli inglesi, che « non vi è marinaio di
quella nazione che non sia pirata» (13).

Solo con l'ascesa al trono dello scozzese Giacomo Stuart viene a cessare
completamente l'appoggio governativo all'attività di pirateria e alla guerra
da corsa, che viene dichiarata illegale con regio proclama nel giugno 1603
(14).

La guerra dei Trent'Anni, col ristagno del commercio, la depressione
economica del terzo decennio del Seicento, la più ferrea sorveglianza dei
mari compiuta dalle marine da guerra di diversi Paesi, infliggerà poi un
colpo mortale alle forze corsare create quarant'anni prima per una specifica
attività bellica e subito smisuratamente dilatatesi fino ad identificare
agli occhi europei una intera nazione.

Mentre il detto coniato dal filologo e storico Joseph Scaliger «nessuno
èmiglior pirata di un inglese » diviene presto proverbiale, lo stesso re
Giacomo si accorge che il declino della pirateria inglese non è dovuto al
mutamento dei principi morali dei suoi sudditi ma alle pressioni dei nuovi
eventi storici, confermando ancora nel 1620 che « questo flagello esecrando
che la regina Elisabetta ha introdotto consentendo ai suoi sudditi la
pirateria è ancor oggi troppo pro­fondamente radicato in questo popolo »
(15).

Ma la storia della nazione inglese assume, nel decisivo secolo
diciassettesimo, aspetti di ben più vasta portata nelle vicende europee,
specialmente in considerazione della rapida evoluzione economica e sociale
dei paesi britannici indotta dalla rivoluzione degli anni 1640-1660.

Il tentativo di assurgere a potenza europea, iniziato dal cardinale Wolsey e
fallito alla fine del terzo decennio del secolo precedente, recupera ora con
la rivoluzione cromwelliana tutta la sua forza e la sua efficacia.

Già il decennio 1530-1540 ha segnato un passo importante verso
l'unificazione delle isole britanniche con la sconfitta delle rivolte
feudali da parte delle forze regie e con la suddivisione del Galles e
dell'Irlanda in contee con l'introduzione del sistema amministrativo
inglese. Il passo successivo, con l'elezione al trono inglese del re di
Scozia Giacomo VI, figlio di Maria Stuart, ha visto nel 1603 l'unione delle
corone di Scozia e Inghilterra sotto un unico sovrano.

La rivoluzione cromwelliana con il sanguinoso soffocamento della rivolta
irlandese, con il pugno di ferro usato contro le dissidenti sette
politico-religiose, con il condizionamento parlamentare della monarchia e la
presa del potere da parte della gentry protestante e di una nuova classe
aristocratico-borghese, e alla base della nuova potenza britannica e del suo
nuovo slancio internazionale (16).

Dopo il rigetto da parte dei Paesi Bassi di diverse proposte di associazione
commerciale in cambio del libero accesso del commercio inglese ai
possedimenti olandesi, l'Inghilterra scende in campo contro l'Olanda in tre
occasioni, in un lasso di tempo di vent'anni, riuscendone alla fine
vittoriosa. Il predominio olandese nel commercio di schiavi, tabacco,
zucchero, pellami, cereali e pescagione, viene definitivamente spezzato; il
vasto impero, pur lasciato intatto, viene preso sotto tutela britannica
(17).

Nel 1655 la conquista di Giamaica, nel corso di una nuova guerra contro la
Spagna, fornisce all'Inghilterra la base per potenziare e quasi
monopolizzare il commercio di schiavi, col quale i mercanti inglesi si
arricchiscono favolosamente in breve tempo.

Un compenso alla perdita dei mercati spagnoli viene in quegli anni trovato
nell'alleanza col Portogallo che, invaso da Filippo Il ed eretto a vicereame
nel 1580, si è nel 1640 staccato dal vicino iberico ed ha acquistato la
definitiva indipendenza sotto la casa di Braganza nel 1668. Al commercio
inglese si apre ora, in cambio della protezione accordata al Portogallo
dalla potenza navale britannica, la strada dello sfruttamento del suo impero
coloniale; data da allora la secolare « alleanza » tra diseguali che
manterrà la nazione portoghese famula fedele dell'Inghilterra fino a
tutt'oggi.

L'annientamento della congiura cattolica del 1679 e la rivoluzione del
1688-89 con la cacciata della dinastia cattolica degli Stuart, già
restaurata nel 1660 dopo la morte di Cromwell, consolidano ulteriormente il
potere delle classi mercantili protestanti.

Da allora l'Inghilterra diviene un grande fondaco internazionale;
l'epicentro del commercio viene portato a Londra dalle varie compagnie di
navigazione e il traffico di transito per l'Europa viene a passare per la
massima parte per i porti britannici (18).

Tale processo di accentramento delle attività commerciali e finanziarie sul
suolo inglese, già in atto dalla metà del secolo, riceve un impulso decisivo
ed impressionante dall'elezione al trono inglese di Guglielmo III d'Orange.
Statholder d'Olanda e marito della figlia protestante di Giacomo II,
Guglielmo trascina al suo seguito il fior fiore della finanza del tempo,
costituito dai più importanti rappresentanti delle folte colonie ebraiche
olandesi, che ristrutturano radicalmente il sistema bancario e la tecnica
creditizia conferendo al capitalismo un aspetto inedito e determinante (19).

Indubbiamente i sistemi creditizi, benché a livello rudimentale, sono
esistenti da secoli su suolo europeo. Ma mentre nella stragrande maggioranza
dei casi le operazioni dei primi banchieri tardo e post-medioevali sono
state alquanto elementari, limitandosi generalmente al trasferimento dei
depositi nei loro commerci, si pongono ora, nell'Inghilterra protestante del
Seicento e sotto l'attiva supervisione organizzativa ebraica, le basi
economico-finanziarie di un Mondo Nuovo (20)

Con la cacciata di Giacomo Il la politica inglese si fa intanto
risolutamente antifrailcese, in parte a causa dell'appoggio che Luigi XIV
offre alla causa del detronizzato sovrano, ma soprattutto perché la Francia,
benché molto meno sviluppata economicamente dell'Olanda, resta sul
continente l'unico stato in grado di contrastare l'espansione britannica,
dotata com'è di un territorio molto più esteso, di un retroterra demografico
più vasto, di un'economia molto meno vulnerabile alla guerra commerciale,
cui ha invece dovuto soccombere l'Olanda.

Un primo passo verso il contenimento delle ambizioni francesi si ha con
l'intervento inglese nella guerra di Successione spagnola, la prima guerra
mondiale dell'era moderna, che vede coinvolti a sostegno dell'arciduca Carlo
d'Asburgo nella contesa contro il pretendente francese, praticamente tutti i
Paesi europei, Gran Bretagna, Olanda, Austria, Prussia, Hannover,
Portogallo, Impero, Savoia, tutti schierati contro la Francia del Re Sole e
l'alleata Baviera.

La pace di Utrecht, passo decisivo verso la posizione di « arbitra
dell'Europa », lascia nel 1713 alla Gran Bretagna (21) l'isola di Terranova,
i territori dell'Acadia/Nuova Scozia e le terre della baia di Hudson, oltre
al monopolio del commercio degli schiavi con l'America spagnola.

Il controllo inglese del Mediterraneo, che sarà consolidato nel 1800 con
l'occupazione di Malta, ha inizio con la assegnazione all'Inghilterra
dell'isola di Minorca (poi riconquistata dalla Spagna nel 1782) e
dell'importantissima rada di Gibilterra, già occupata nel 1704, e che viene
tenuta ancor oggi manu militari dopo quasi trecento anni.

Ridotti gli altri Paesi Atlantici in secondo piano, condizionati nei
traffici e quasi vassalli della onnipresente marina britannica,
l'Inghilterra si trova quindi installata ai primi del Settecento in ogni
parte del globo, col possesso di punti strategici lungo le principali vie di
comunicazione e a protezione di quello che sarà, per oltre due secoli, il
cuore del suo impero: il subcontinente indiano.

Dalla secolare lotta, la Francia esce definitivamente sconfitta nel 1763
dopo la guerra dei Sette Anni, avendo perso con la disfatta del suo esercito
a Plassey, nel Bengala, tutti i territori e le basi indiane, e con la morte
di Montcalm a Quebec ogni possibilità di stabile possedimento americano.

La Louisiana, conservata stancamente ancora per qualche decennio, viene
definitivamente ceduta agli Stati Uniti da Napoleone nel 1803. « Il più
grande affare degli Stati Uniti », come sara definita tale cessione,
costituisce, con l'ottenuta libertà di navigazione dell'intero Mississippi,
il primo e più importante passo verso ovest della repubblica, ferma allora
ai territori dell'Ohio (22).

Dopo la definitiva scomparsa dell'Impero napoleonico, nel 1815, nessun
avversario di rilievo sorge più a contrastare l'espansione britannica per
quasi un secolo.

Colonialismo mercantile e di mero sfruttamento, opportunità per la
deportazione di forzati e per l'espulsione di indesiderabili dal territorio
nazionale, l'espansione britannica continua in maniera costante per tutto
l'Ottocento con l'acquisto di altre importantissime posizioni strategiche
quali Singapore (1824), Aden (1839), Hong Kong (1842), Suez (1882), Zanzibar
(1890) — Ceylon e Malacca, e l'Africa australe con Città del Capo sono state
occupate nel 1794 dopo la proclamazione, da parte degli eserciti
rivoluzionari di Francia, della Repubblica Batava — sino a culminare a fine
secolo nel periodo dell'imperiali­smo agguerrito dalla seconda rivoluzione
industriale (23).

La corsa oceanica plurisecolare e lo sfruttamento dei continenti
extraeuropei hanno quindi assicurato alle nazioni atlantiche, soprattutto
all'Inghilterra e ad una Francia nettamente ripresasi con la Restaurazione
dopo l'avventura napoleonica, una somma colossale di ricchezza e potenza che
permette loro di stabilire una durevole egemonia sul mondo, a danno
dell'Europa di Mezzo, rimasta forzatamente indietro.

Nel frattempo la Russia ha portato a termine la sua espansione ad oriente e
verso sud, sottomettendo decine di popoli e incorporando nel suo impero
sterminati territori, giungendo al Pacifico settentrionale e alle acque
calde del Mar Nero, contrastata praticamente dal solo Impero ottomano, del
resto in via di progressiva dissoluzione.

A fine Ottocento, tra le quattro grandi entità che si vanno assestando,
Europa Atlantica, Impero russo, Stati Uniti d'America, Europa di Mezzo, e
proprio quest'ultima (che conosce proprio allora un momento di magica
vitalità in tutti i campi dell'azione umana — intellettuale, demografica,
politica — in contrapposto al ristagno, alla recessione o addirittura alla
mancata partenza degli altri tre blocchi) ad avvertire lo stridente
contrasto tra le potenzialità delle sue genti e l'esiguità dei mezzi
economici, territoriali e di materie prime necessari per la loro
realizzazione. La fortuna degli uni, che acquista agli occhi degli esclusi
un aspetto di sempre più sfacciata insolenza, e la stasi forzata degli altri
associata alla consapevolezza della propria netta inferiorità materiale, si
trasporteranno, alla fine, dal campo dei fatti a quello delle ideologie e
degli inconsci collettivi, creando fra i due raggruppamenti uno spirito
profondo di competizione e di ostilità non solo economica e politica, ma
addirittura filosofica e ideale, che sfocerà nei due conflitti mondiali.

La rinascita dell'Europa di Mezzo

Ultima arrivata, tra le grandi nazioni europee, alla costruzione dello stato
unitario, l'Italia si trova negli ultimi decenni dell'Ottocento a dovere
formularein tempi brevissimi, e su basi del tutto nuove, la sua politica
estera. Pur ancora legata alla problematica risorgimentale ed
irredentistica, si fa sempre più viva nelle classi dirigenti, negli ambienti
economico-finanziari, nell'industria, negli scrittori e negli intellettuali
in genere, l'esigenza di una azione di più ampio respiro a livello europeo
ed extraeuropeO.

Con una popolazione in rapida e vigorosa espansione demografica, con un
territorio nazionale privo dell'estensione e delle materie prime necessarie
all'esistenza quale grande nazione, ed anzi alla semplice sopravvivenza, al
punto da disperdere per il mondo in pochi decenni milioni dei suoi figli
(24), l'Italia ha ritrovato una sua propria, faticata e faticosa unione
delle genti dal Veneto a Capo Passero proprio negli anni in cui le altre
nazioni europee hanno dato inizio ad una corsa imperialistica per
assicurarsi posizioni strategiche, risorse e mercati a livello mondiale
(25).

È , questa di fine Ottocento, un'espansione qualitativamente diversa da ogni
altra precedente. Legandosi strettamente allo sviluppo tecnologico e alla
ricerca scientifica di una nazione, la penetrazione in nuovi territori
africani ed asiatici è resa possibile in primo luogo alle nazioni dotate di
solide strutture industriali e di rilevanti infrastrutture
economico-finanziarie, e in secondo luogo non solo ai governi nazionali ma
anche a gruppi minori che fungono spesso da battistrada all'azione politica
degli stati.

Iniziatori ed artefici del nuovo imperialismo risultano essere spesso
compagnie di navigazione, gruppi economici e commerciali privati, perfino
singoli esploratori ed individui, come Stanley e Rhodes, in grado di fare
precipitare gli eventi e di rivendicare diritti su vaste estensioni
territoriali che diverranno poi parte di imperi.

Innovazioni sostanziali introdotte o cresciute e rese sicure nel ventennio
1860-1880, quali la profilassi antimalarica a base di chinino, nuove leghe
metalliche, nuovi motori per battelli e per navi a vapore, fucili a
retrocarica a tiro rapido e mitragliatrici, la comunicazione telegrafica via
cavo sottomarino; l'apertura di nuove vie di comunicazione resa possibile da
nuovi macchinari (26), la disponibilità di materiale ferroviario più solido,
rendono molto pìu agevole, e meno costosa, la penetrazione in territori,
specie africani, fino ad allora ostili per le condizioni naturali o per la
resistenza opposta dagli indigeni (27).

In questo turbinio di attività da parte si di nazioni di consolidata
esperienza coloniale, ma anche di piccoli stati nati da poco come il Belgio,
si trova ad agire l'Italia.

L'orgoglio della rinascita e le memorie della passata grandezza di Roma si
mescolano fin da subito all'esigenza di risolvere gli squilibri interni
lasciati in eredità dal Risorgimento, di dotare il Paese di una struttura
industriale adeguata alle ambizioni ed al nuovo ruolo che l'Italia si
propone di svolgere nell'arena internazionale di porre mano alla risoluzione
di quella che sta diventando la questione meridionale.

E tutto ciò insieme a problemi economici e geopolitici di statura
vertiginosa, problemi cui essa deve fare fronte, e celermente, se non vuole
vedersi esclusa e ridotta a vassalla di più forti entità statali.

Nel bel mezzo dell'epoca dell'imperialismo, l'Italia si trova a competere
con nazioni di potenza demografica per il momento ancora superiore, e
soprattutto dotate di un retroterra industriale economico e finanziario ben
più solido del suo.

Aspetto assolutamente non secondario, ed anzi facente aggio su ogni altra
componente, lo spirito unitario nazionale, il sentimento di appartenenza ad
una unica comunità, deve essere costruito ex novo — certo sulla base di un
sentire comune presente nelle genti italiche, soprattutto nei ceti
intellettuali e dirigenti, fin dai tempi di Dante — dalle diverse
popolazioni finalmente riunite, quasi sempre con la forza, dalle armi del
Piemonte sabaudo. Sia per memorie passate, sia per adeguare le possibilità
alle forze ancor gracili della nazione, sia per la mancanza di entità
statali locali in grado di contrastarla, l'espansione avviene, in modo
pressoché naturale, sul continente africano (28)

I primi, incerti passi si compiono dopo il taglio dell'istmo di Suez (1869),
quando alle numerose esplorazioni di Piaggia, Miani, Gessi, segue l'acquisto
da parte di Giuseppe Sapeto, per conto della società di navigazione
Rubattino, di un triangolo di territorio nella baia di Assab, in Dancalia,
torrido luogo inospite sul Mar Rosso.

Sul piccolo lembo di terra ceduto da sultani locali, vengono presto alzati
due pali e « inchiodati due tasselli con l'epigrafe: Proprietà Rubattino
comprata agli li marzo 1870 » (29)

Ripartito il Sapeto il 25 aprile, quattro giorni dopo sbarcano da una nave
da guerra egiziana i soldati del Khedivè, che distruggono la baracca di
legno costruita dagli italiani, abbattono i pali e malmenano i capi dancali
che hanno operato la vendita. Come atto d'inizio di destini imperiali, è
certo alquanto misero.

In ogni caso, si apre un annoso contrasto diplomatico con l'Egitto, che
rivendica la sovranità sui territori costieri del Mar Rosso, e che viene
spalleggiato, neppure tanto discretamente, dall'Inghilterra, che si è
peraltro già assicurata posizioni strategiche di tutto rispetto sullo
stretto di Bab-el-Mandeb.

L'ex Regno di Sardegna sta sfuggendo alla secolare tutela britannica,
l'Italia in Campidoglio aspira alla qualifica di grande potenza e viene a
rappresentare perciò, protesa com'è al controllo del Mediterraneo e della
via delle Indie, già una minaccia virtuale, senza che ci sia bisogno di
assecondarne l'installazione anche sul Mar Rosso.

Solo dieci anni dopo, avendo il Rubattino ceduto i diritti di proprietà al
governo italiano, il territorio viene occupato, e ampliato mediante nuovi
acquisti, dall'Italia, che vi invia naviglio da guerra a presidio. Per due
anni ancora si protrarranno le controversie diplomatiche con egiziani e
britannici.

Nel frattempo la situazione nel Mediterraneo sta evolvendo rapidamente. La
Francia ha occupato nel 1881 la Tunisia, già valvola di sfogo per
l'emigrazione dall'Italia — che vi ha installato una numerosa colonia di
contadini e braccianti — bloccando in tal modo un'ulteriore espansione e
cancellando ogni prospettiva di protettorato da parte italiana.

Per bilanciare l'attivismo francese, e in cambio dell'appoggio italiano alle
tesi inglesi alla conferenza di Londra, l'Inghilterra, che prende sotto
tutela l'Egitto l'anno seguente e che sta occupando il Sudan in condominio
con gli egiziani, tollera un'ulteriore installazione dell'Italia sulle coste
eritree, a Massaua, che viene occupata ai primi del 1885.

Ha inizio così l'espansione lungo il territorio costiero e nell'immediato
entroterra, insieme ai primi contrasti con l'Abissinia, che sfoceranno due
anni più tardi nello scontro di Dògali.

Dopo un breve periodo di relativa calma, si riaccendono le controversie col
nuovo negus Menelik, che rifiuta decisamente l'ipotesi di un protettorato
italiano. Aiutato sotto banco da inglesi e francesi con rifornimenti
bellici, riesce ad infliggere nel 1896, nella conca di Adua, una battuta di
arresto alle truppe italiane, che pure restano padrone del campo.

Ma come conseguenza della sconfitta esplodono in Italia violenti tumulti e
polemiche giornalistiche e parlamentari, che portano alla caduta del governo
Crispi, con una conseguente stasi di iniziative e l'abbandono di ogni
proposito di rivincita.

I tempi non sono ancora maturi, e problemi più urgenti di ordine interno
aspettano una soluzione. Nasce così il precario, quarantennale equilibrio
italo-etiopico (30)

Da quanto brevemente esposto, possiamo già vedere, e prevedere, i
condizionamenti posti in essere dall'Inghilterra allo stanziamento
dell'Italia su territori situati lungo la rotta importantissima del Mar
Rosso, e gli ostacoli all'ulteriore espansione della sua zona di influenza.
L'occupazione dell'Egitto da parte britannica, che insieme all'acquisto di
Cipro del 1878 conferisce all'Inghilterra il controllo del Mediterraneo
orientale, ha pure lo scopo di tenere a rispetto la nuova, impaziente
nazione.

Certo l'installarsi dell'Italia è alla fine accettato, ma come male minore
rispetto allo sfanziamento diìltre potenze, ed anche questo in cambio di un
appoggio, o di una benevola neutralità, dell'Italia in altre questioni
internazionali. E in ogni caso l'Italia, chiusa nel Mediterraneo da due
capisaldi in mano britannica, avrebbe pur sempre dovuto accettare e svolgere
il ruolo subalterno di un Portogallo, sia pure di un Grande Portogallo,
mancipio rispettoso nei confronti dell'Impero britannico.

Ulteriormente distolta dall'impegnarsi a fondo in una politica marittima
mediterranea e africana da questioni di ordine interno (vedi la crisi
granaria del 1897 e i moti popolari culminati l'anno seguente nelle giornate
di Milano repressi da Bava Beccaris, oltre ai problemi di cui si è fatto
cenno in precedenza) e dalla malcelata ostilità inglese affiancata
dall'aperta inimicizia francese, l'Italia si va ora sempre più accostando in
Europa a Germania e ad Austria-Ungheria rafforzando quella Triplice Alleanza
stipulata nel 1882 e che sarà per sei volte rinnovata fino al 1912.

Nonostante l'ancora aperta questione irredentistica di Trento e Trieste,
nonostante il legato antiasburgico del Risorgimento, nonostante le passioni
suscitate nello stesso 1882 dal caso Oberdan (31) l'Italia cerca insomma
alla fine del secolo di contrastare, pur tra ripensamenti e sbandamenti,
l'ostilità dimostratale dalle nazioni atlantiche.

Come l'Italia, molto più rapidamente dell'Italia, la Germania sta nel
frattempo ascendendo a Grande Potenza.

Il periodo di avvio ditale processo si può fare paradossalmente risalire,
agli anni 1803-1806, quando la Francia napoleonica assegna ai principi laici
tedeschi gli stati ecclesiastici e le città libere del Sacro Romano Impero,
riducendo la congerie di entità uscite centocinquant'anni prima da Westfalia
da quasi trecentocinquanta a una trentina. Tale operazione rappresenta
l'inizio della fine per il vecchio impero, la cui estinzione viene
suggellata da Francesco d'Asburgo, che il 6 agosto 1806 rinuncia alla corona
imperiale, mentre i più importanti principi tedeschi vengono creati re dagli
eredi della Rivoluzione.

La Prussia, che perde con Tilsit, l'anno seguente, i territori ad ovest
dell'Elba e la Posnania coi territori polacchi annessi nel 1795, rimane
invece sotto una gravosa occupazione francese mentre il suo esercito viene
ridimensionato drasticamente e dall'umiliazione subita nasce una prima
coscienza nazionale sulla scia degli insegnamenti e delle esortazioni dei
grandi filosofi dell'idealismo (32).

Il Congresso di Vienna conferisce nel 1815 alla Germania una nuova
strutturazione politica in funzione antifrancese.

Accanto a una nuova Confederazione Germanica, la Prussia si vede restituire
la massima parte dei territori estorti, ed assegnare la Westfalia e le
regioni renane, già strappate all'Impero vent'anni prima dalla Rivoluzione,
col compito di montare la « guardia al Reno » contro possibili future
velleità francesi.

Paese quasi interamente agricolo, senza industrie fiorenti né una prospera
classe mercantile, la Germania della Restaurazione non vede inurbato neppure
un quarto della sua popolazione, e questo quarto non ammonta che a una volta
e mezzo la popolazione della sola Parigi. Mentre qualsiasi località con più
di duemila abitanti viene gratificata col titolo di città, non esistono
ancora industrie nel significato moderno del termine: nessuna produzione di
carbone di qualche rilievo nessuna macchina a vapore, nessuna grande
fabbrica.

Mentre l'Austria abbandona fino alla metà del secolo ogni tentativo di
politica costruttiva intertedesca, preoccupandosi con Metternich
essenzialmente di « amministrare », di « non far politica » e di tenere
lontano il liberalismo dalle sue frontiere, la Prussia aumenta al contrario
l'efficienza del suo governo ed inizia lo sfruttamento delle ricchezze
minerarie delle sue regioni occidentali, mentre si accentua il carattere
pan-tedesco delle sue aspirazioni (33).

Nel 1848, dopo le rivoluzioni di marzo, l'Assemblea Costituente nata dal
pre-parlamento di Francoforte offre la corona imperiale di una nuova
Germania federata a Federico Guglielmo di Prussia, che tuttavia la rifiuta,
perché propostagli da « salumai e bottegai ». Mentre il decennio successivo
vede un rifiorire di iniziative asburgiche, la Prussia, tenutasi in disparte
dopo l'umiliazione di Olmutz (34), che ha per essa comportato la rinuncia ad
iniziative egemoniche in Germania, registra un impressionante sviluppo
economico: « La sua amministrazione rimase di prima qualità, e molti
riformatori del 1848 trovarono uno sfogo nelle riforme amministrative. Le
sue finanze erano ben regolate. I capi militari impararono la lezione della
sconfitta del 1850 e diedero inizio ad un lungo periodo di riorganizzazione
dell'esercito. Soprattutto, la Germania, dopo il 1850,
cominciò a imitare sul serio il sistema industriale britannico e ciò
rafforzò la Prussia in più di una direzione. I più estesi giacimenti di
carbone del continente si trovavano nella Prussia renana, e precisamente
nella valle della Ruhr; ed ora entrarono seriamente in produzione. Su di
essi fu basata un'industria siderurgica che ben presto rivaleggiò e alla
fine superò quella di più antica data in Boemia. La Prussia diventò, per la
prima volta nella storia, una potenza industriale » (35).

Lo sviluppo industriale facilita ed accelera la costruzione di strade
ferrate che, costruite dal capitale privato ma sotto il controllo dello
Stato e dei capi militari, dotano presto il Paese di una formidabile rete
ferroviaria integrata con quelle degli altri stati tedeschi. La natura e la
storia avevano creato una Prussia geograficamente informe e protesa in tutte
le direzioni; le ferrovie le danno unità e spina dorsale

Dopo avere sconfitto la Danimarca nel 1864, e due anni dopo l'Austria a
Sadowa e Kòniggratz, la Prussia scioglie la Confederazione Germanica, alla
cui testa è finora rimasto l'impero asburgico, e fonda la Confederazione del
Nord, escludendone Vienna e i regni del Baden Wurttemberg e della Baviera
insieme a territori minori della Germania meridionale. Il crescere della
potenza prussia­na suscita però timori nell'opinione pubblica e nel governo
francese. Ulteriore motivo di allarme è rappresentato dalla candidatura di
un Hohenzollern al tro­no di Spagna.

Confidando in una guerra preventiva, Napoleone III spera di battere la
Prussia prima che questa riesca a fondare uno stato unitario tedesco. Ma la
dichiarazione di guerra francese coagula intorno a Guglielmo I l'intera
nazione tedesca.

Sconfitta in pochi mesi la Francia, e innalzato il re di Prussia a
imperatore di Germania nella Sala degli Specchi a Versailles, il nuovo Reich
si lascia alle spalle l'eterno nemico di oltre Reno (36), cui strappa le
terre già germaniche dell'Alsazia e della Lotaringia, e dà in pochi anni
inizio ad un secondo stupefacente sviluppo scientifico ed economico,
industriale e culturale. La vittoria del 1870 fa della Germania la potenza
più forte d'Europa, egemone sul continente come la Spagna del Cinquecento,
come la Francia di Luigi XIV prima e di Napoleone poi.

Nel frattempo, mentre fino a Sedan la preoccupazione per la rinata potenza
francese, la relativa debolezza prussiana, i legami etnici e dinastici hanno
contribuito a creare nell'Inghilterra vittoriana una generica benevola
predisposizione verso la nazione tedesca, con la fondazione del Reich
bismarckiano la germanofilia britannica viene presto a cadere (37).

In Germania le opinioni sull'Inghilterra sono invece tuttora più
differenzia-te; per molto tempo ancora i liberali prendono a modello il
Regno Unito sia in materia costituzionale come in campo economico. Ma tale
ammirazione non è affatto unanime. Poiché i principii del liberalismo
inglese costituiscono, con le loro premesse affondanti nell'empirismo
razionalistico e nel positivismo, la diretta antitesi dell'idealismo
germanico e della tradizionale concezione prussiana dello Stato, diviene
subito naturale la ripulsa e il disprezzo per l'Inghilterra, accusata di
generare il materialismo più piatto ed edonistico e di difendere
insostenibili posizioni di privilegio in campo internazionale (38).

Abbandonata nel 1890 la tradizionale cautela bismarckiana in politica
estera, la Germania si propone ora, conscia della sua forza e dei nuovi
immensi problemi che l'età dell'imperialismo impone alla nazione tedesca e
all'Europa, quale alternativa alle tesi britanniche e quale modello da
seguire per il prossimo ventesimo secolo, così come l'Inghilterra lo è stata
per i precedenti ottant'anni. Sconfitta la Francia, inevitabile diviene
quindi per la Germania il confronto con l'altra e più potente nazione
atlantica, per cui la politica tedesca, sempre più dinamica, si trova presto
ad entrare in competizione diretta con l'eterno nemico del continente
europeo.

Dotata di una solida struttura industriale e, a paragone con l'Italia, di un
territorio nazionale più esteso ed omogeneo; priva di contrasti tra le
diverse regioni, quali invece presenta l'Italia tra le regioni
settentrionali e il Meridione; popolata di genti dotate di un più robusto
sentimento unitario rafforzato da oltre un secolo di comune impegno
antifrancese; fermamente convinta di essere portatrice di una necessaria
missione storica e di nuovi valori di civiltà, la Germania riesce in due
decenni a fare quello che non è riuscito all'Italia.

Per quanto concerne la politica internazionale, la nuova posizione ideale
viene elaborata e diffusa in ogni strato sociale dai più insigni
intellettuali dell'epoca, da Wilamowitz a Droysen, da Treitschke a Sombart,
da Delbruck a Meinecke e ai neorankiani Marcks e Lenz. Suggestionati e
guidati dalle folgoranti intuizioni e dai lucidi ammonimenti nietzscheani,
le loro dottrine possono essere compendiate dalle considerazioni di Gustav
von Schmoller: « Chi è abbastanza lungimirante da vedere che l'impronta
della storia mondiale del XX secolo sarà determinata dalle lotte
concorrenziali tra gli imperi mondiali russo, inglese e americano, e forse
anche cinese, e dalla aspirazione di questi a porre tutti gli altri stati
minori alle loro dipendenze, non potrà scorgere in una unione doganale
centroeuropea soltanto il germe che salverà l'indipendenza politica di
questi stati, ma soprattutto che salverà dal tramonto l'antica e superiore
civiltà europea » (39).

Contro il monopolio culturale del mondo anglosassone, contro le idee del
1789, e cioè contro il giacobinismo francese, come contro la potenza
mondiale russo-moscovita, gli storici e i professori universitari tedeschi
affermano l'imperiosa necessità di preservare e consolidare le peculiarità
politiche e culturali germaniche all'interno di una Unione europea
continentale, « salvaguardando al tempo stesso la pluralità e
l'individualità dei popoli, nonché l'equilibrio, con un nuovo sistema di
stati mondiali, che a loro avviso doveva sostituire il sistema europeo »
(4t))

Politica mondiale come compito, quindi, potenza mondiale come obbiettivo,
potenziamento della flotta come strumento, sono le parole d'ordine
proclamate ad alta voce da Guglielmo Il, fatte proprie dai suoi cancellieri,
intimamente sentite in ogni ceto sociale dall'intera nazione tedesca.

La convinzione di essere chiamata dalla storia a divenire potenza mondiale
dando forma contemporaneamente all'unificazione economica del continente
europeo, si fonda inoltre sulla coscienza di essere una nazione giovane, in
rapida ascesa demografica e in fase di crescita in tutti i campi dell'azione
umana.

Oltre un terzo della sua popolazione è costituito da individui sotto i
quindici anni, e questa consapevolezza rafforza il desiderio di spazio
vitale, di nuovi mercati, di una più intensa attività industriale.
L'arricchimento di tutti i ceti, collegato alla stabilità monetaria e
all'introduzione di un'avanzata legislazione sociale (41) dà un nuovo senso
di sicurezza a tutta la nazione e rafforza la convinzione della necessaria
espansione tedesca in ogni continente.

Il ceto imprenditoriale non rimane del resto spettatore passivo della
politica del Reich, bensì sa influire sull'opinione pubblica e sulla scelta
degli indirizzi politici, in una osmosi continua con le premesse ideali
poste e riaffermate al fine di ottenere quella « meravigliosa organizzazione
della volontà collettiva tesa verso le forme più alte di esistenza
nazionale », già invocata dai suoi intellettuali (42)

La flotta tedesca naviga ora i mari del mondo fino alla Nuova Guinea, alle
Samoa, alle Caroline, alle Marianne; in Africa la Germania si assicura
territori e basi incuneandosi strategicamente tra i possedimenti inglesi: ad
oriente occupa il Tanganica e il Ruanda Urundi, ad occidente il Togo, il
Camerun e l'Africa del Sud-Ovest, venendo a costituire una minaccia ben
altrimenti pericolosa e concreta di quella che potrebbe portare l'Italia con
i suoi possedimenti.

L'apertura del Kaiser Wilhelm-Kanal, che mette in comunicazione il Baltico
col Mare del Nord evitando la strozzatura del Kattegat facilmente
controlla-bile mediante mine e blocco navale, toglie nel 1896
dall'isolamento strategico l'intera costa tedesca del Baltico e gli arsenali
di Kiel. Successivi ampliamenti permetteranno nel 1914 il passaggio anche
alle navi da guerra di più elevato dislocamento, quali dreadnoughts e
incrociatori pesanti.

Dopo l'incidente di Fascioda (43), ultimo sussulto subito spento della
vecchia rivalità anglo-francese, il Regno Unito abbandona lo « splendido
isolamento » ottocentesco, mentre i contrasti tra Francia e Inghilterra
passano decisamente in secondo piano, fino alla stipulazione nel 1904 di una
intesa (Entente Cordiale) tra i due Paesi.

Il risveglio della nazione tedesca appare molto più temibile, perché gravido
di volontà di affermazione, di dinamismo economico, scientifico, filosofico,
demografico.

Paralleli risultano quindi a fine Ottocento i destini delle due principali
nazioni dell'Europa di Mezzo, anche se ancora per qualche decennio tale
oggettiva comunanza di prospettive e di fini sarà velata dal diverso ritmo
delle vicende storiche e dai differenti obbiettivi « avvertiti » — e loro
proposti dalle classi dirigenti — dalle due comunità nazionali.

Diverse risulteranno perciò nel 1914 le rispettive posizioni nei confronti
dell'Europa Atlantica, segnatamente nei confronti dell'Inghilterra.


Gianantonio Valli


(1) Usiamo il termine « Europa di Mezzo » per indicare: 1°) quel gruppo di
nazioni, geograficamente identificato nello spazio centroeuropeo dal Baltico
al Mediterraneo, che si è venuto dma-micamente enucleando nel corso dei
secoli fino al suo annientamento nel 1945; 20) il progetto ideale e
l'insieme di valori da esse incarnato, in modo più limpido nelle due più
vitali. Definizione quindi soprattutto storico-geografica, talché ci sembra
doveroso rintracciarne i limiti spazio-temporali; le­gittima definizione
spirituale poi, ad indicare uno, e certo dei più degni, tra gli innumerevoli
tipi di umano psichismo.

Con l'uso invece dei termini, non equivalenti, di « Mitteleuropa » e “
mitteleuropeo », il campo che ci proponiamo di trattare, da un lato si
restringerebbe alla nostalgia di quel « perduto mondo della sicurezza »
incarnato dallo spazio centro-danubiano di fine Ottocento e all'evocazione
della civiltà letteraria sviluppatasi negli anni di agonia dell'Impero
asburgico e in quelli successivi alla sua dissoluzione, dall'altro
richiamerebbe unicamente l'ispirazione pangermanista della
Grossraumwirtschaft europea [grande spazio economico europeo] a nucleo
propulsivo tedesco, progetto proprio dei decenni a cavallo del passaggio del
secolo.

Per una panoramica complessiva cfr. Agnelli A., La genesi dell'idea di
Mitteleuropa, Giuffrè, 1973, specie pp. 3-42 e, criticamente, i rilievi
svolti in Fischer F., Assalto al potere mondiale, Einaudi, 1965, pp.
105-134, 180-216, 238-258, e soprattutto 298-307. Inoltre HARDACH G., La
prima guerra mondiale 1914-1918, Etas libri, 1982, pp. 257-269.

(2) Si intende per « geopolitica » l'influenza che la struttura e la
posizione geografica esercitano sulla storia delle nazioni, dettando ai vari
stati comportamenti in gran parte obbligati in ogni epoca, indipendentemente
dai regimi e dalle ideologie che li reggono. Tale ad esempio la necessità
per la Russia imperiale e sovietica di una spinta verso i mari caldi, onde
sfuggire agli impedimenti dei ghiacci settentrionali e alla strozzatura del
Baltico. Tale l'obbligo per l'Italia fatta nazione, strategicamente protesa
nel Mediterraneo, di una politica marittima e l'impossibilità del
mantenimento di una neutralità qualsivoglia nel caso di ampi conflitti su
suolo europeo. Tale la ricerca costante, da parte della Francia, di un
alleato ad oriente, fosse il turco, il russo, il polacco e la Piccola
Intesa, o il bolscevico, per condizionare la nazione tedesca.

Il « fato » della geografia, riscontrato da taluno equivalente, quale motore
di storia, al ferreo fato dell'economia per i marxisti, è in realtà molto
meno deterministico di quanto possa superficialmente sembrare. Mentre
l'aspetto economico è per il marxista strutturalmente determinante in ogni
tempo per l'essere umano, il condizionamento geografico, nonché non
intaccare l'essenza politica dell'uomo, è destinato a nascere, a trasmutare,
a morire, secondo il diverso nascere, trasmutare e morire dei rapporti tra i
vari aggregati umani, ognuno dotato di una sua propria ed autonoma forza
decisionale.

(3) Questo appunto ci sembra il caso delle opere dello storico tedesco Fritz
Fischer, che ha pervicacemente focalizzato la sua attenzione sulla politica
e sugli obbiettivi bellici della Germania nel corso della prima guerra
mondiale.

Ma con tale comportamento, a parte eventuali sopravvalutazioni e distorsioni
di molti degli aspetti trattati, è passata in deciso secondo piano, ed anzi
è stata spesso volutamente esclusa, la considerazione della politica bellica
delle altre potenze. Esclusione necessaria per l'economia dell'opera? Ma
certamente.

Ciò non toglie però che sia oltremodo imprudente e fuorviante basare su tali
opere il nostro complessivo giudizio sulla dinamica della guerra, visto che
proprio tale esclusione ne distorce in maniera grave ed essenziale il quadro
globale, conferendo alla Germania un peso spropositato, quasi mostruoso, per
cui alla fine non può che risultare ovvio e confermato ab eterno il giudizio
sulle responsabilità tedesche imposto dai vincitori a Versailles.

In attesa della completa messa a disposizione (o del saccheggio parziale e
selezionato da parte di altri futuri vincitori) degli archivi inglesi,
francesi, statunitensi e, perché no?, russo-sovietici, tuttora sigillati o
mai neppure sfiorati dalla curiosità di certi affabulatori; in attesa di
considerazioni di ordine globale da parte di veri storici, lo studioso
dotato di reale spirito libero dovrà perciò assumere un atteggiamento di
sana diffidenza di fronte a considerazioni settoriali su questo o
quell'evento, segnatamente se la posizione dei vinti viene « illuminata » da
soi disants storici forag­giati dai vincitori, o che ne abbiano comunque
assimilato, magari inconsapevolmente e « in buona fede », la Weltanschauung.
Ne insegni il caso limitato del « Lusitania », che ha trovato solo nl 1972
la sua vera fisionomia e la sua effettiva collocazione nel contesto della
strategia bellica anglo-americana, mediante la scoperta e la valorizzazione
di una capitale documentazione fino ad allora strenuamente celata.

(4) « Ma nel mettere a confronto la propria epoca e la propria civiltà con
le altre si rischia di applicare alle altre epoche e civiltà le proprie
misure. Entro certi limiti questo è inevitabile. Ma bisogna chiaramente
renderci conto del pericolo connesso con un simile procedimento. Quello che
l'uomo contemporaneo considera un valore fondamentale della vita, poteva
anche non essere tale per gli uomini di un'altra età e di un'altra cultura;
e, viceversa, ciò che ci sembra falso o insignifi­cante era vero ed
essenziale per l'uomo di un'altra società [.1. Comprendere la cultura del
passato è possibile solo attraverso un impostazione rigorosamente storica,
solo commisurandola al suo spe­cifico metro. Non esiste un'unica scala cui
poter riportare tutte le civiltà e tutte le età, poiché non esiste un uomo
uguale a se stesso in tutto il corso storico ». Cfr. lo splendido Gurevì A.
JA ., Le categorie della cultura medioevale, Einaudi, 1983, pp. 4-5, cui ci
è grato accostare Hesse H., Il lupo della steppa, Mondadori , 1972, p. 75:
« Ogni epoca e civiltà, ogni costume e tradizione hanno il loro stile, hanno
le tenerezze e le durezze, le bellezze e le crudeltà che loro si confanno,
accettano con pazienza certi mali. Sofferenza vera, inferno diventa la vita
umana solo quando due epoche, due civiltà, due religioni s'intersecano ».

(5) Intendiamo con questo l'Europa latina, germanica e anglosassone.

Esclusa, fino al 1700, dal corpo vivo del continente, la Russia non riuscirà
neppure in seguito a scrollarsi di dosso l'eredità caratteriale e biologica
delle sue stirpi slave e di trecento anni di dominazione mongolE. Le piccole
nazioni balcaniche, tagliate fuori dagli ottomani, costituiranno anch'esse,
nella loro variegata composizione etnica, un mondo particolare e dipendente,
ancora per lungo tempo chiuso ad influenze europee di più ampio respiro.
Unica tra i Paesi scandinavi a gestire una politica internazionale, la
Svezia possiede ancora con Gustavo Adolfo un dinamismo che si spegnerà
definitivamente a Poltava con Carlo XII. Lituania e Polonia, avamposti
orientali della civiltà europea, saranno presto cancellati dalla storia
attiva, e le imprese di Giovanni Sobieski giunto a soccorso contro i turchi
saranno, sotto le mura di Vienna, il canto del cigno della vitalità polacca.

(6) Per l'uso ditale terminologia e per le sue limitazioni temporali ed
ideologiche, illumi­nanti e decisive sono le considerazioni svolte in CuRcio
C., Europa, storia di un'idea, ERI, 1978, pp. 36-37 e 44-45.

(7) Cfr. GIANNETINI G., Le origini storiche della libertà, Volpe, 1980, pp.
9-12 e 29-36; GUNTHER H.F.K., Religiosità indoeuropea, Edizioni di Ar, 1980;
DE BENOìST A., Come si può essere pagani?, Basaia, 1984; MEsLIN M., L'uomo
romano, Mondadori, 1981.

(8) Tra gli eventi decisivi della storia, il Lechfeld vede nel 955 la
vittoria di Ottone I sugli Ungari, che si ritirano, dopo aver devastato
Germania, Francia e Italia, nella piana pannonica; Liegnitz nel 1241
costituisce il punto più occidentale di penetrazione delle armate mongole di
Batù, che si ritirerà poi, fondando il khanato di Qipciaq, o signoria
dell'Orda d'Oro; Mohàcs nel 1526 - vede l'annientamento del regno ungherese
ad opera delle forze ottomane, che dilagheranno fin sotto le mura di Vienna.

(9) Cfr. PANETTA R., Pirati e corsari turchi e barbareschi nel Mare Nostrum,
Mursia, 1981, pp. 83-111.

(10) Sottovalutate dalla maggior parte degli storici, la pirateria e la
guerra da corsa di turchi e barbareschi hanno impegnato per secoli le forze
di ogni Paese mediterraneo con uno stillicidio incessante di aggressioni,
fino alla sua definitiva eliminazione nel 1830 con l'occupazione di Algeri
da parte della Francia. Cfr. PANETTA R., Il tramonto della Mezzaluna,
Mursia, 1984.

(11) Sulla responsabilità degli impedimenti frapposti all'unificazione degli
stati italiani dalla presenza del dominio temporale dei papi, basti
ricordare le parole di Niccolò Machiavelli, Istorie fiorentine, I, 9: « ...
tutte le guerre che, dopo a questi tempi, furono da' barbari fatte in
Italia, furono in maggior parte dai pontefici causate; e tutti i barbari che
quella inundarono furono il più delle volte da quegli chiamati. Il quale
modo di procedere dura ancora in questi nostri tempi, il che ha tenuto e
tiene la italia disunita e inferma ». Parallela, l'invocazione di Francesco
Guicciardini, Ricordi, I, 14: « Tre cose desidero vedere innanzi alla mia
morte, ma dubito, ancora che io vivessi molto, non ne vedere alcuna: uno
vivere di republica bene ordinato nella città nostra; Italia libera­ta da
tutti e' barbari; e liberato el mondo dalla tirannide di questi scelerati
preti ».

(12) Quando arrivano in nord Africa i corsari inglesi trovano soltanto galee
a remi o feluche e sciabecchi a vela latina. Le loro imbarcazioni e le loro
nozioni di navigazione e di balistica, molto superiori a quelle dei turchi e
dei mori, permettono in pochi anni a numerosi porti di Barberia di vantare
potenti flotte di velieri « tondi », galeoni e bertoni. Muniti di navi più
potenti e di una nuova tecnologia nel campo delle artiglierie, i corsari
turchi sono ora in grado di infliggere al naviglio cristiano danni molto più
gravi di quanto non abbiano potuto fare in precedenza, spingen­dosi anzi
nell'Atlantico, perfino sulle coste americane, arrecando al commercio
europeo danni sem­pre costanti anche dopo che gli inglesi saranno scomparsi
di scena.

« Se non fosse per i nostri rinnegati [...] che hanno insegnato ai turchi
l'arte della navigazione e specialmente l'uso delle munizioni, a cui
dapprima li addestrano e poi diventano i loro capi cannonieri, i turchi
sarebbero così deboli e ignoranti per mare, come gli sciocchi Etiopi sono
inesperti nel maneggio delle armi a terra ». Cfr. SENIOR CM., Una nazione di
pirati, Mursia, 1980, p. 110.

(13) Cfr. SENIOR CM., op. cit., pp. 84 e 88. Pur contrastata dalle flotte da
guerra di diversi Paesi, e talora della stessa Inghilterra quando vengono
lesi i suoi traffici, la pirateria inglese raggiunge il suo culmine nel
primo decennio del Seicento. Nel 1603 si contano oltre cinquantamila marinai
inglesi che « per l'innanzi sono stati per mare su navi da guerra, ed
essendo ormai impediti in tale via, qui rimangono e impestano la città già
sovraccarica di molta povera gente. Ed alcuni di loro quotidianamente
commettono tali intollerabili oltraggi poiché rubano, e a notte fanno
sortire le navi fuori del porto e depredano sia inglesi sia francesi »
(ibidem, pp. 8-9).

Nel 1608 sono in attività ormai non più corsara ma nettamente piratesca,
oltre cinquecento vele inglesi.

(14) Ma parecchi equipaggi e capi corsari hanno saputo creare una fitta rete
di complicità che investe anche alti funzionari governativi e capi militari,
per cui la pirateria, a spese soprattutto di Francia ed Olanda, continua ad
operare impunemente per oltre un quindicennio sotto la tacita protezione e
la connivenza delle popolazioni costiere e delle autorità di governo. Sono
coinvolti, a varie date: il segretario di stato sir Robert Cecil; il grande
ammiraglio conte di Nottingham; il suo segretario, poi viceammiraglio del
Munster sir Humphrey Jobson; i viceammiragli sir Richard Hawkins del Devon,
figlio del più celebre John, Hannibal Vivian di Cornovaglia, il suo aiutante
John Rushley, William Restarrock della Cornovaglia settentrionale, sir
William Hull del Munster.

(15) Cfr. SENIOR CM., op. cit., p. 78.

(16) Per la repressione in Irlanda cfr. HILL C., Vita di Cromwell, Laterza,
1974, pp. 102-115. L'atteggiamento ferocemente anticattolico assunto in
Irlanda da Cromwell tiene in considerazione non tanto questioni di ordine
religioso bensì politico, ideologico e razziale. Mentre in Inghilterra
cattolici ed episcopaliani vengono per lo meno tollerati, in Irlanda si ha
ben presente che la fede cattolica costituisce fattore di coesione storica e
politica di tutto un popolo, per cui l'atteggiamento inglese intorno al 1650
può essere efficacemente sintetizzato dalle parole di Cromwell: « Per quanto
riguarda quel che mi dite sulla libertà di coscienza, io non mi immischio
negli affari di coscienza di nessuno; ma se per libertà di coscienza
intendete la libertà di tenere messa, penso sia bene parlarci chiaro e farvi
sapere che, là dove il Parlamento d'Inghilterra ha il potere, ciò non sarà
ammesso ».

Il pullulare delle sette rivoluzionarie politico-religiose, così numerose da
far definire l'Inghil­terra « una nazione di profeti » (locuzione che si
affianca a quella già riportata di « una nazione di pirati ») , è acutamente
studiato in HILL C., Il mondo alla rovescia, Einaudi, 1981.

È del 1651 il primo Navigation Act, « forse il più saggio di tutti i
regolamenti commerciali inglesi », come lo definirà Adamo Smith, e in tutti
i casi certo il più fondamentale strumento della politica imperiale inglese
per i successivi centocinquant'anni: le colonie devono essere subordinate
tutte al Parlamento, siano esse di statuto reale o private; il trasporto di
tutte le merci da e per l'Inghilterra deve essere effettuato solo su navi
britanniche. « Con l'Atto di Navigazione siamo giunti a una concezione ormai
del tutto elaborata dell'economia politica in veste essenzialmente
nazionalistica e la sua molla non doveva più essere la tensione verso la
giustizia sociale da consegui­re facendo prevalere l'etica cristiana
sull'avidità e lo sfruttamento dei singoli, bensì la tensione verso il
benessere del Leviatano »: cfr. WìLsoN C., Il cammino verso
l'industrializzazione, Il Muli­no, 1979, p. 114.

(17) Le guerre: 1652-54; 1665-67, in cui verrà ceduta all'Inghilterra la
città di Nuova Amsterdam, poi New York; 1672-74. La rapida ascesa olandese
alla fine del Cinquecento sfrutta un momento di relativa pace sulla scena
europea, sviluppando un commercio marittimo molto redditizio con
imbarcazioni a fondo piatto (fluit), costruite con sistemi standardizzati,
dai noti concorrenziali ed economicamente molto più vantaggiose di navi più
grosse per il trasporto di carichi alla rinfusa quali sale, legnami e
soprattutto cereali. La base della prosperità olandese sono i traffici coi
Paesi del Baltico, ove vengono soppiantate le città anseatiche (ancora nel
1666 i tre quarti del capitale della Borsa di Amsterdam sono impegnati in
tale commercio). Cfr. AA.VV., Storia d'Italia e d'Europa, voI. LV, Jaca
Book, 1978, pp. 42-47.

(18) Le entrate doganali quadruplicano fra il 1643 e il 1659, mentre con la
fine del secolo ammontano a oltre dieci volte tanto quelle che erano al suo
inizio. Fra il 1638 e il 1688 le esportazioni e riesportazioni inglesi
triplicano e quadruplicano. Importanti inizialmente come fonti di mate­rie
prime (cotone, zucchero, tabacco) che vengono lavorate in Inghilterra e
successivamente nie­sportate, le colonie divengono col tempo ancora più
importanti come mercati per i manufatti ingle­si; praticamente illimitato
appare il mercato nordamericano, in costante espansione fin dalla
fonda­zione della prima colonia nel lontano 1584.

L'accumulo e l'incremento degli ingenti profitti mercantili vengono
trasferiti dal consumo vo­luttilario all'impiego nelle prime attività
industriali, specie nel settore delle costruzioni navali, e questa
rivoluzione commerciale-finanziaria costituirà un prerequisito necessario
alla prima rivolu­zione industriale.

Oltre al già citato WìLsoN C., cfr. HILL C., La formazione della potenza
inglese, Einaudi, 1977, specie pp. 174-202.

Per la « gloriosa rivoluzione », cfr. TREVELYAN G.M., La rivoluzione inglese
del 1688-89, Il Saggiatore, 1968, che pone essenzialmente l'accento, in
maniera tipicamente inglese e nell'ottica

crociana della storia come storia della « libertà », sul contrasto
assolutismo regio/governo parlamen­tare.

(19) Il salto di qualità, dalla fase « spontaneistica-commerciale » del
capitalismo tardomedioevale alla più moderna fase «
professionale-finanziaria », ha inizio nell'Olanda del primo decennio del
secolo, con la fondazione nel 1602 della Compagnia delle Indie e nel 1608
della Banca di Amsterdam. Città in cui sono confluiti numerosi gli ebrei
espulsi dalla Spagna di Filippo Il, Amsterdam è stata giudicata « la nuova
Gerusalemme, città di mercanti, armatori e banchieri, dove l'elemento
giudaico esercita un ruolo di fermento più liberamente che altrove... Si
ispira all'allean­za intima tra lo spirito protestante e quello ebraico che
animerà, mezzo secolo dopo, la Gran Bretagna di Cromwell », in FRANSONI F.,
Processo al capitalismo: Werner Sombart, Editrice il Corallo, 1982, p. 95.

A fine secolo le attività finanziarie ebrasche sono così predominanti nella
Borsa di Londra da meritarle il nome di Jews Walk. Ebrei sono i primi
concessionari del prestito inglese al nuovo re, da cui nasce nel 1694 la
banca di emissione. Uomini come Medina, Manasseh Lopez, Sampson Gideon,
Mendes da Costa, Mose Harth, Aaron Franck, Mose Lopez, Antonio Costa, tra
l'altro direttore della Banca d'Inghilterra, sono tra i più ricchi ed
influenti mercanti di Londra.

(20) Per fare assumere al capitalismo l'aspetto che possiede ai nostri
giorni, sono stati necessari da un lato i protestanti anglosassoni con il
loro attivismo, la loro « asfissiante metodicità », la convinzione di bene
meritare, attraverso il successo economico, le provvidenze della Grazia
Divina; dall'altro gli ebrei con le loro tecniche finanziarie e i loro
contatti internazionali.

« Lo sviluppo dei sistemi economici moderni si accompagna ovunque alla
sostituzione della moneta metallica con il biglietto e, successivamente,
alla crescente espansione della moneta banca­ria, attraverso un processo
prima lento ed incerto e poi impetuoso. Solo gli ebrei con la loro
spregiudicata concezione degli affari, le loro particolari concezioni e
tecniche creditizie, ereditate fin dai tempi protostorici della Bibbia,
potevano dare un impulso così decisivo allo sviluppo del capitalismo. Senza
di loro e senza i protestanti, saremmo rimasti all'audace intraprendenza
indivi­duale del mercante italiano »: cfr. FRANsoNI F., op. cit., p. 97; e
inoltre SOMBART W., lì borghese. Lo sviluppo e le fonti dello spirito
capitalistico, Longanesi, 1978 (segnaliamo le pp. 119-147); WEBER M.,
L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, 1977 e Le sette e
lo spirito del capitalismo, Rizzoli, 1977.

(21) In unione personale fino al 1707, le due corone di Scozia e
d'Inghilterra si fondono da allora in un unico regno di Gran Bretagna;
nonostante le ribellioni scozzesi che dureranno per tutta la prima metà del
Settecento sotto la regina Anna e la casa di Hannover. E perciò più esatto,
a partire dal 1707, parlare di Regno Unito, oppure di « Gran Bretagna »,
piuttosto che di « Inghilter­ra », anche se in italiano è di più immediata
comprensione il riferimento a quest'ultima (anche in francese e in tedesco
la dizione più corrente è costituita, rispettivamente, da « Angleterre » e
da « England»).

(22) Giunti al Pacifico, dopo avere acquistato nel 1819 dalla Spagna la
Florida; strappato al Messico il Texas e i territori californiani nel 1848;
acquistata l'Alaska dalla Russia nel 1867; gli USA cercano di dare
compimento al « destino manifesto » attraverso una serie di atti di politica
estera che spaziano dalla diplomazia alla frode e alla guerra. Costretto il
Giappone nel 1854 ad aprire i suoi porti al commercio statunitense, occupate
le isole Midway nel 1867, l'anno cruciale dell'espansione degli USA è il
1898, con la breve guerra di aggressione contro la Spagna, l'acquisto di
Puerto Rico, Guam e delle Filippine (la cui occupazione « fu consigliata da
Dio stesso » al presidente Mc Kinley in una notte insonne), con il «
protettorato » su Cuba e con l'annessione delle Hawaii, di cui già da dodici
anni tengono l'isola di Oahu con Pearì Harbor.

Col 1898 gli USA cessano di essere una potenza meramente continentale e si
trovano automa­ticamente impegnati nelle grandi questioni internazionali
dell'età dell'imperialismo. Campione del nuovo corso è Theodore Roosevelt
(« Parla a voce bassa e porta con te un bastone; andrai lontano »), premio
Nobel per la pace del 1906, di cui l'ex presidente Harrison suole dire che
« voleva porre fine a tutto il male nel mondo tra l'alba e il tramonto ».

Il taglio nel 1914 dell'istmo di Panama, col canale subito posto sotto
presidio militare, allarga ai due oceani, in una stretta interdipendenza, la
politica mondiale degli Stati Uniti. Cfr. TURNER F.J., La frontiera nella
storia americana, Il Mulino, 1973, e AQUARONE A., Le origini
dell'imperialismo americano, Il Mulino, 1973.

(23) Per le caratteristiche della seconda rivoluzione industriale cfr.
SILVESTRI M., La decadenza dell'Europa occidentale, voI. 10, Einaudi, 1977,
pp. 21-26.

(24) Dai 22 milioni di abitanti del 1861 la popolazione italiana sale a 30
nel 1890, a 38 nel 1920, a 44 nel 1940. Dati, escluso il 1861, per Germania,
Gran Bretagna e Francia: rispettivamente

53-60-69, 33-43-47, 38-39-42.

Per l'emigrazione sono di consultazione: Soiu E., L'emigrazione italiana
dall'Unità alla Seconda Guerra Mondiale, Il Mulino, 1979 e CRESCI P. e
GUIDOBALDI L. (a cura di), Partono i bastimenti, Mondadori, 1980.

(25) Un rapido sguardo d'insieme in: AA.VV., Storia d'italia e d'Europa,
vol. 70, tomo I, Jaca Book, 1983, pp. 39-66.

(26) Per la fondamentale importanza dell'apertura del canale di Suez, cfr.
le note in Duca A., La crisi bosniaca del 1908, Giuffrè, 1977, pp. 5-6 e
MALTESE P., Storia del canale di Suez, Edizioni Il Formichiere, 1978, pp.
121-122.

(27) Cfr. HEADRICI D.R., Al servizio dell'impero. Tecnologia e imperialismo
europeo nell'Ottocento, Il Mulino, 1984.

(28) Già Cesare Correnti rammentava, invero alquanto retoricamente, nel
1875: « L'Africa ci attira invincibilmente. E una predestinazione. Ci sta
sugli occhi da tanti secoli questo libro suggellato, questo orizzonte
misterioso che ci chiude lo spazio che ci rende semibarbaro il Mediterraneo,
che costringe l'italia a trovarsi sugli ultimi confini del mondo civile...
L'Africa, sempre l'Africa!... L'abbiamo proprio sugli occhi e fin qui ne
siamo esiliati ».

Imponente e minuziosa, talora inspiegabilmente rancorosa e con caduta di
tono storico, l'ope­ra di DEL BOCA A., Gli italiani in Africa Orientale,
primi tre voli., Laterza, 1976-1982.

Sintesi più agile e non conformista, con acute intuizioni e considerazioni
critiche di ampio respiro, BANDINI F., Gli italiani in Africa, Longanesi,
1971.

(29) Cfr. BATRAGLIA R., La prima guerra d'Africa, Einaudi, 1973, p. 86.

(30) Per quanto concerne la Somalia, l'Italia, dopo avere declinato l'invito
rivoltole dal sul­tano di Zanzibar nel 1885 ad occupare Chisimaio e la
regione del Giuba, invito rivolto per contrastare l'invadenza anglo-tedesca,
otterrà nel 1893 in affitto i quattro porti del Benadir, tra cui Mogadiscio.
Nel frattempo i sultani di Obbia e dei Migiurtini lanno accettato nel 1889
il protettorato italiano consentendo così lo stanziamento dell'Italia dal
Giuba a Capo Guardafui.

(31) Per una valutazione della controversa questione di Guglielmo Oberdan,
cfr. ALEXANDER A., L'affare Oberdank. Mito e realtà di un martire
irredentista, Edizioni Il Formichiere, 1978,

e MANGANARO C., Guglielmo Oberdan nel centenario del martirio, in «
Intervento », n. 57, Volpe, 1982, pp. 28-43.

(32) Per una considerazione della fondamentale importanza degli insegnamenti
idealistici, e soprattutto delle concezioni hegeliane della storia e dello
stato, sui capi militari e sull'élite intellettuale germanica, cui le
dottrine darwiniane apporteranno a fine secolo ulteriori ma secondari
rincalzi, cfr. RITTER G., I militari e la politica nella Germania moderna,
voi. 10, Einaudi, 1967, pp.

270-277.

(33) « Nel 1815 l'impressione provocata dalla politica germanizzante di
Giuseppe il permaneva ancora e si dava di solito per scontato, sia pure in
maniera vaga, che l'Impero austriaco fosse uno stato tedesco. Lo stesso
Metternich si diede da fare per rimuovere questa impressione. Egli temeva il
progresso del nazionalismo tedesco come parte del pericolo liberale; temeva
che il nazionalismo tedesco avrebbe guardato con simpatia alle aspirazioni
nazionali dell'italia e contribuito così a privare gli Asburgo dei loro
ricchi possedimenti italiani; e ancora, la sua artificiale devozione alla
tradizione lo portava a cercare di ridestare la coscienza degli stati e
delle province storiche in cui l'impero austriaco era diviso. [...] il
patrocinio offerto da Metternich al sentimento nazionale ungherese, ceco e
sloveno, andò forse a vantaggio del “vigore che viene dalla diversità”, per
usare la sua frase favorita; ma indubbiamente rese gli abitanti tedeschi
dell'impero austriaco coscienti, come non lo erano stati nel 1815, sia della
loro nazionalità tedesca che della loro posizione minori­taria in seno
all'Impero. [...] Nel 1815 nessuno avrebbe potuto immaginare una Germania
senza l'Austria; nel 1848 la posizione dell'Austria in Germania era
diventata un problema senza una soluzione ovvia o comunque accettata ». Cfr.
TAYLOR A.J.P., Storia della Germania, Longanesi, 1971, pp. 64-65.

(34) Con l'accordo di Olmùtz del 28-29 novembre 1850 la politica unionista
della Prussia viene pesantemente arrestata dal primo ministro austriaco
Schwarzenberg che, spalleggiato dallo zar, riesce ad ottenere per la
Confederazione Germanica il ripristino della costituzione federale del 1815,
incrinata dai moti del 1848-49, l'estromissione di ogni tendenza «
piccolo-tedesca » filopnussiana, e una prima considerazione, da parte degli
altri stati germanici, del suo piano di un grande stato federale dell'Europa
centrale con capitale Vienna. Cfr. GALL L., Bismarck, Rizzoli, 1982, pp.
83-110, e HERRE F., Prussia, nascita di un impero, Rizzoli, 1982, pp.
226-233. Nella consapevolezza della immaturità del momento storico per
l'unificazione della nazione tedesca e della rovinosa prospettiva di un
conflitto intertedesco in caso di un radicalizzarsi della situazione,
Bismarck dirà nel suo discorso al Parlamento del 3 dicembre: « È facile per
un uomo di Stato suonare la fanfara della guerra col vento della popolarità,
e poi starsene al caldo vicino al caminetto, o da questa tribuna tenere
discorsi infiammati, lasciando al soldato che sanguina nella neve di
verificare se il suo sistema frutta o no vittoria e onore. Nulla è più
facile, ma guai allo statista che in questi tempi non si sforza di vedere se
il motivo per la guerra è valido anche dopo la guerra ». Completerà il suo
pensiero diciassette anni dopo, ricordando gli orrori della guerra contro
gli Asburgo: « ... Questi ricordi e questa vista non cesserebbero di
tormentarmi se dovessi rimproverarmi di avere fatto la guerra con leggerezza
o ambizione o vano desiderio di gloria per la nazione. Ho fatto la guerra
del 1866 obbedendo a un duro dovere, perché diversamente la storia prussiana
si sarebbe fermata e la nazione sarebbe precipitata in una paralisi
politica, divenendo in breve preda dei suoi avidi vicini; e se ora ci
trovassimo nelle medesime condizioni di allora, rifarei senz'altro la
guerra. Giammai, tuttavia, consiglierò a Sua Maestà una guerra che non sia
imposta dai supremi interessi della patria ». Cfr. RIrrER G., op. cit., pp.
312-313.

(35) Cfr. TAYLOR A.J.P., op. cit., pp. 112-113.

(36) Per l'aperta e continua ostilità della Francia cfr. le considerazioni
svolte in RTTER G., op. cit., pp. 281-294. Per la posizione di Bismarck,
rileva lo stesso storico che « la Francia era il vero centro di tutte le
potenze ostili al germanesimo, e l'unificazione della Germania sarebbe stata
raggiunta soltanto nella tempesta di una guerra contro il “nemico
ereditario”, poiché il pericolo costante veniva da Occidente. La guerra
franco-tedesca negli anni Sessanta gli sembrava un dato inevitabile e
fatale, poiché l'ambizione della Francia era insaziabile, la sua ostilità
inconciliabile, e il suo bisogno di prestigio non poteva tollerare che una
nazione tedesca assurgesse al ruolo di grande potenza: perciò lo scoppio
della guerra era soltanto questione di tempo, non di una volontaria scelta
politica ».

(37) Già nel 1833 lo Zollverein (unione doganale) tedesco era stato definito
« un'alleanza concepita con spirito ostile all'industria e al commercio
britannico » dal segretario del Comitato del consiglio privato per il
commercio. Nel 1841 il ministro degli Esteri inglese, lord Palmenston, era
stato messo in guardia contro « l'espansione e il perfezionamento delle
manifatture tedesche in corso da alcuni anni, che avevano notevolmente
ridotto la richiesta e la considerazione dei prodotti inglesi nei grandi
mercati d'Europa ». Vani erano stati i rilievi dello stesso ministro sei
anni dopo, che faceva presente come al contrario sia la Germania che
l'Inghilterra fossero minacciate dal comune pericolo di un attacco russo o
francese, e che persisteva fra le due nazioni « un reciproco e diretto
interesse ad aiutarsi l'un l'altra per diventare ricche, unite e forti ».

A metà secolo la prospettiva di una Germania unita allarma sempre più gli
ambienti economi­co-finanziari e i circoli liberali britannici. Portavoce di
questi interessi, il Times incita sottilmente nel 1860 a considerare
l'unificazione tedesca sotto l'egida prussiana come una possibile futura
causa di conflitto: « La Prussia ha un considerevole esercito, ma
notoriamente non in condizioni di combattere... Nessuno la considera un
alleato; nessuno la teme come avversario. Come sia diventata una grande
potenza ce lo dice la storia; perché continui a esserlo, nessuno lo può
dire ».

Cfr. BALFOUR M., Guglielmo Il e i suoi tempi, Il Saggiatore, 1968, p. 68.

(38) Affermerà il grande storico tedesco Heinnich von Tneitschke, tra i
molti altri attacchi, che un tedesco non avrebbe potuto resistere a
lungo.« nell'atmosfera inglese di impostura. di pru­derie, di conformismo e
di ipocrisia ». Per i rilievi nietzscheani cfr. il capitolo seguente.

(39) Cfr. FIsCHER F., op. cit., p. 2. Economista e professore universitario,
Schmoller (1838-1917) fu a capo della giovane scuola storica tedesca che
assunse presto notevole prestigio internazionale e che formulò i grandi
principi della politica del Reich a fine Ottocento. Accentuando il valore
del fattore morale in economia, giunse a sostenere, nonostante l'avversione
al socialismo, forme di interventismo statale e a fondare, insieme col
collega Adolph Wagner e con altri, l'Unione per la politica sociale, i cui
membri vennero chiamati dagli avversari « socialisti della cattedra ».

(40) Cfr. FIsCHER F., op. cit., p. 11.

(41) Prologo alle misure sociali varate nell'ultimo decennio del secolo sono
i contrasti tra Guglielmo II e l'ormai vecchio Bismarck, sfociati
nell'allontanamento del cancelliere il 20 manzo 1890, essenzialmente per
motivi di politica interna e sociale. Mentre Bismarck si va con gli anni
arroccando su rigide posizioni conservatrici di junker prussiano, il giovane
imperatore, sotto l'influenza del suo ex-precettore Hinzpeter, sostenitore
delle teorie cristiano-sociali, e sotto la suggestione dell'idea di
un'organica comunità nazionale, cerca di attenuare i contrasti tra lo stato
e le classi subalterne, quella agraria in ispecie.

Oltre alla prospettiva di distruggere il fascino del dogma rivoluzionario
marxista mediante il miglioramento delle generali condizioni di vita, agisce
in lui un sincero desiderio di inserire attivamente nella vita della nazione
ceti e categorie sociali fino ad allora emarginate. Da cui, la posizione
antipadronale di Guglielmo nel corso degli scioperi dei minatori della Ruhr
nel gennaio 1889; l'introduzione di un fondo pensione di vecchiaia sei mesi
dopo; le proposte per la regolamentazione dell'orario e delle condizioni di
vita e lavoro nelle miniere e nelle fabbriche, soprattutto in difesa di
donne e bambini, a fine anno; il divieto infine al cancelliere nel marzo
1890 di introdurre qualsiasi legge antisocialista. Cfr. PALMER A., Bismarck,
Editoriale Nuova, 1982, pp. 320-334.

(42) Cfr. TUCHMAN B., Tramonto di un'epoca, Mondadori, 1982, p. 262.

(43) Nel 1898 una spedizione francese al comando del maggiore Marchand dopo
avere attraversato l'Africa proveniendo da ovest, giunge il 10 luglio sul
Nilo Bianco a Fascioda (oggi Kodok), e occupa la località. Nel settembre
Kitchener, alla testa di truppe anglo-egiziane all'inseguimento dei
mahdisti, si presenta sotto le mura della cittadina invitando i francesi a
recedere e ad abbandonare la piazzaforte. Il contrasto si mantiene vivo fino
all'lì dicembre, quando Marchand deve ritirarsi su ordine del suo governo.
Arduino
2010-08-19 14:45:06 UTC
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Post by Artamano
i tedeschi non affondavano le navi perchè erano degli stronzi come
vorrebbero far credere i fascisti-sionisti
No. le affondavano perché erano idioti. L'industria di armi Usa, non era di
certo in grado di influenzare fortemente le sorti della guerra (persino
quando arrivarono i soldati americani, i francesi dovettero provvedere loro
a rifornirli di mitragliatrici) Ma se vai ad affondare le navi di una grande
potenza, non te la lascia passare liscia.
Post by Artamano
avrebbero avuto in pugno le sorti della guerra)
non le ebbero perchè la Germania era alla fame.
L'esercito tedesco era superiore a quello anglofrancese. Era la Russia a
mantenere l'equilibrio, scomparso il nemico orientale, far fuori gli
occidentali sarebbe stata questione di mesi, ma nel frattempo i generali
tedeschi si erano procurati un nemico di ricambio.
Post by Artamano
come dire che gli inglesi divennero antitedeschi perchè quegli "unni",come
li chiamava la stampa popolare britannica osarono costruirsi la flotta da
guerra.
Questa tesi può andar bene per i fascio-sionisti tesi più che altro ad
accreditare la storia dei vincitori,ma l'ostilità inglese verso la
Germania aveva radici più profonde.
Aria fritta: Gli inglesi ebbero sempre una politica ostile verso la potenza
egemone continentale.
Per loro che fossero tedeschi francesi o russi non faceva differenza, si
schieravano contro il più forte. Uscita di scena la Germania si sono
schierati contro i russi.
Ciao
Ad'I
Artamano
2010-08-20 20:53:29 UTC
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Post by Arduino
No. le affondavano perché erano idioti. L'industria di armi Usa, non era
di certo in grado di influenzare fortemente le sorti della guerra (persino
quando arrivarono i soldati americani, i francesi dovettero provvedere
loro a rifornirli di mitragliatrici) Ma se vai ad affondare le navi di una
grande potenza, non te la lascia passare liscia.
l'afflusso di merci e rinforzi americani nel 1918 fu la vera svolta della
prima guerra mondiale.
Post by Arduino
L'esercito tedesco era superiore a quello anglofrancese. Era la Russia a
mantenere l'equilibrio, scomparso il nemico orientale, far fuori gli
occidentali sarebbe stata questione di mesi, ma nel frattempo i generali
tedeschi si erano procurati un nemico di ricambio.
non è vero,alla Germania mancavano le risorse alimentari e i rifornimenti.La
superiorità di addestramento e disciplina non può essere una superiorità
assoluta senza una logistica adeguata.L'ultima grande offensiva del 1918 si
areno' anche perche i soldati tedeschi affamati si lanciarono contro i
magazzini viveri degli allelati.
Vedi le memorie autobiografiche dello scrittore Junger



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Arduino
2010-08-21 09:49:29 UTC
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Post by Artamano
l'afflusso di merci e rinforzi americani nel 1918 fu la vera svolta della
prima guerra mondiale.
Esatto. I tedeschi, nel 1914, invece di capitalizzare il fatto che nel 1914
gli americani fossero in forte contrasto con gli inglesi a causa del fatto
che avrebbero voluto continuare gli scambi commerciali con la Germania,
iniziarono una sconsiderata guerra sottomarina che li portò sull'orlo della
guerra. Costretti dopo il Maggio 1915 a sospendere la guerra sottomarina
dopo che avevano affondato la nave passeggeri Lusitania, nel Gennaio 1917,
anziché trarre profitto dal fatto che gli Usa si erano proposti come
mediatori di pace, ripresero al primo Febbraio la guerra sottomarina, e poco
dopo, non contenti inviarono al governo messicano un messaggio in cui gli
promettevano Texas, California e New Mexico se avessero attaccato gli Usa.
Messaggio che ovviamente fu intercettato facendo precipitare la situazione.
Post by Artamano
non è vero,alla Germania mancavano le risorse alimentari e i
rifornimenti.La superiorità di addestramento e disciplina non può essere
una superiorità assoluta senza una logistica adeguata.L'ultima grande
offensiva del 1918 si areno' anche perche i soldati tedeschi affamati si
lanciarono contro i magazzini viveri degli allelati.
Vedi le memorie autobiografiche dello scrittore Junger
La storia non si fa con la memorialistica: La Germania, dal 21 Marzo al 21
Luglio 1918 assestò contro gli occidentali quattro grandi spallate, ad
ognuna di esse il fronte francese crollava all'indietro, nonostante che già
dalla prima c'era una presenza americana che continuò a salire durante le
successive.
Poi naturalmente è inevitabile: se elimini un nemico e ne arrivano due, alla
fine perdi. Ma i due che arrivavano erano americani. Senza questi arrivi,
francesi ed inglesi da soli non avevano la forza di fermare i tedeschi.
Ciao
Ad'I
Artamano
2010-08-21 12:39:03 UTC
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Post by Arduino
Esatto. I tedeschi, nel 1914, invece di capitalizzare il fatto che nel
1914 gli americani fossero in forte contrasto con gli inglesi a causa del
fatto che avrebbero voluto continuare gli scambi commerciali con la
Germania,
affernazione senza prove.Non esisteva contrasto tra Inghilterra e USA anche
perchè gli inglesi divennero presto il principale cliente delle forniture
americane,vedi la legge Cash & Carry.
Che privilegiava appunto chi aveva una grande flotta.
Post by Arduino
iniziarono una sconsiderata guerra sottomarina che li portò sull'orlo
della guerra. Costretti dopo il Maggio 1915 a sospendere la guerra
sottomarina dopo che avevano affondato la nave passeggeri Lusitania, nel
Gennaio 1917, anziché trarre profitto dal fatto che gli Usa si erano
proposti come mediatori di pace, ripresero al primo Febbraio la guerra
sottomarina, e poco dopo, non contenti inviarono al governo messicano un
messaggio in cui gli promettevano Texas, California e New Mexico se
avessero attaccato gli Usa. Messaggio che ovviamente fu intercettato
facendo precipitare la situazione.
la guerra sottomarina era contro gli inglesi e danneggiava gli USA in quanto
fornitori.Il deliro ideologico filobritannico non dovrebbe stravolgere così
i fatti storici.
Il Lusitania trasportava armi e fu affondato nel 1915.Usarlo come pretesto
per una guerra dichiarata nel 1917 appare un po' patetico.
Post by Arduino
La storia non si fa con la memorialistica: La Germania, dal 21 Marzo al 21
Luglio 1918 assestò contro gli occidentali quattro grandi spallate, ad
ognuna di esse il fronte francese crollava all'indietro, nonostante che
già dalla prima c'era una presenza americana che continuò a salire durante
le successive.
Poi naturalmente è inevitabile: se elimini un nemico e ne arrivano due,
alla fine perdi. Ma i due che arrivavano erano americani. Senza questi
arrivi, francesi ed inglesi da soli non avevano la forza di fermare i
tedeschi.
infatti ,furono gli USA a vincere la guerra.Ma non entrarono in essa per
sdegno contro la politica cattiva dei tedeschi che tagliavano le mani ai
bambini belgi o affondavano pacifiche navi turistiche.
Semplicemente perchè l'impero britannico si era indebitato fino all'osso per
pagare i rifornimenti e se avesse perso non avrebbe pagato niente.
Il resto è propaganda sionista



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2010-08-21 14:53:14 UTC
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Post by Artamano
Il resto è propaganda sionista
Come si fa a ragionare con uno convinto che i sostenitori dell'indipendenza
di Israele abbiano qualche interesse a falsificare i fatti di una guerra fra
Usa e Germania?
Se per avere ragione, tagli i pezzi, come ad esempio quando scrivo che nel
1917 i tedeschi avevano allegramente ripreso gli affondamenti, certo che poi
trovano una logica anche le asserzioni più assurde.
Ciao
Ad'I

Dom
2010-08-17 04:30:30 UTC
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http://thule-italia.com/wordpress/archives/2166http://www.uomo-libero.com
La Germania e il popolo tedesco eterni obiettivi dei nemici dell'Europa
Il ruolo mondiale dei tedeschi fu gia` previsto da Giuseppe Garibaldi
nella seguente lettera straordinaria che lui scrisse a
Karl Blind, il patriota tedesco che viveva in esilio in Londra. Penso
che l'originale sia stata scritta in italiano. Ne sarei grato per una
indicazione all'originale, la quale non ho potuto trovare.

Successivamente questo ruolo mondiale si sviluppo` per mezzo del
partito Socialdemocratico Tedesco, prima della catastrofe della prima
guerra mondiale.
=======================

Letter to Karl Blind
April 10, 1865


The progress of humanity seems to have come to a halt, and you with
your superior intelligence will know why. The reason is that the world
lacks a nation which possesses true leadership. Such leadership, of
course, is required not to dominate other peoples, but to lead them
along the path of duty, to lead them toward the brotherhood of nations
where all the barriers erected by egoism will be destroyed. We need
the kind of leadership which, in the true tradition of medieval
chivalry, would devote itself to redressing wrongs, supporting the
weak, sacrificing momentary gains and material advantage for the much
finer and more satisfying achievement of relieving the suffering of
our fellow men. We need a nation courageous enough to give us a lead
in this direction. It would rally to its cause all those who are
suffering wrong or who aspire to a better life, and all those who are
now enduring foreign oppression.

This role of world leadership, left vacant as things are today, might
well be occupied by the German nation. You Germans, with your grave
and philosophic character, might well be the ones who could win the
confidence of others and guarantee the future stability of the
international community. Let us hope, then, that you can use your
energy to overcome your moth-eaten thirty tyrants of the various
German states. Let us hope that in the center of Europe you can then
make a unified nation out of your fifty millions. All the rest of us
would eagerly and joyfully follow you.
[Denis Mack Smith (Editor), "Garibaldi (Great Lives Observed),"
Prentice Hall, Englewood Cliffs, N.J. (1969) p. 76.]
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